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In nome della democrazia e della pace, Andrea Bocelli sceglie liberamente di non partecipare al concerto in onore dell’insediamento di Donald Trump.
Liberamente, inutile scriverlo, è una parola grossa, perché quasi sicuramente Bocelli sarebbe andato per volentieri al concerto e avrebbe cantato. Secondo qualche media, è pure legato da un rapporto di amicizia con il presidente eletto americano.
Eppure, dopo qualche giorno di riflessione, ha deciso che non andrà. Sembrava aver accettato l’invito, ma poi ci ha pensato su. Non si può cantare nel concerto che celebra l’avvento di un presidente “xenofobo” e “populista”.
Questo non è però il pensiero di Bocelli, ma dei suoi fan o pseudo tali, che hanno infestato la sua pagina facebook e addirittura avviato campagne di boicottaggio. Bocelli ha ricevuto insulti, appelli, forse anche intimidazioni. In ogni caso ha capito che i “democratici” ad oltranza gli avrebbero reso la vita difficile. E ha preferito rinunciare.
Una scelta, lo ribadiamo, tutt’altro che libera.

Se Bocelli diventa così un artista mainstream e “accettabile”, perfettamente inserito nel mondo intellettuale, unitosi alla schiera dei cantanti che non si esibiranno per Trump, lo stesso si potrà dire per i tre “tenorini” che si fanno chiamare “Il Volo”. Un fenomeno creato dalla tv e concretizzatosi con la vittoria a Sanremo due anni fa.
Forse siamo cattivi e malvagi, ma dubitiamo che Donald Trump possa conoscere i tre soggetti. Abbiamo qualche legittimo dubbio sul fatto che siano stati invitati al posto di Bocelli.
Eppure, i tre tenorini del Volo hanno fatto sapere che non parteciperanno al concerto. Sono antropologicamente e ontologicamente troppo distanti da Trump per farlo.
Dopo essersi spesi in selfie con Renzi e a favore della (sfortunata) campagna per il Sì al referendum costituzionale, il Volo entra nuovamente a gamba tesa nel dibattito politico rifiutando un fantomatico invito di Trump. Che probabilmente non è mai stato inoltrato, ma un po’ di pubblicità non fa mai male.

Riccardo Ghezzi
Roma, 10/1/2016

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1 commento

  1. Grazie al sapiente boicottaggio di giornalisti e critici musicali gran parte del pubblico è stato efficacemente tenuto all’oscuro del loro successo mondiale. Per la verità, qualche notizia sulla loro strabiliante carriera all’estero filtrava ogni tanto, ma solo su qualche rivista specializzata e tra i fan sfegatati e occorreva cercarla col lanternino sui motori di ricerca.
    Per cui non stupisce che ancora oggi ci siano persone che hanno una idea prevalentemente stereotipata del gruppo e del loro genere musicale, e che qualcuno abbia persino messo in dubbio il loro invito alla cerimonia di inaugurazione di Trump.
    In realtà, chi li segue sa che negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi del globo sono considerati superstar. Chi li ha visti, attraverso clip del loro concerti, esibirsi sui palcoscenici più importanti del mondo, anche assieme ad icone della musica internazionale, chi ha visto le ripetute standing ovation da parte del pubblico di ogni età e latitudine al termine di ognuna delle loro esecuzioni, chi ha visto il re di Norvegia acclamarli dopo la loro performance alla consegna dei Premi Nobel per la Pace, si stupisce di come siano potuti rimanere così semplici e modesti.
    Ma in un’epoca in cui la gente si limita a leggere i titoli dei giornali ciò che conta è dipingerli come antipatici vanagloriosi e lanciare il messaggio che il pubblico che li apprezza è retrogrado, nazionalpopolare e per giunta di destra.
    Solo che ora, con la loro infelice esternazione, rendono tutto più difficile.

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