«Fermati perché non si poteva dire che qui a Roma c’era la mafia». Parlano i poliziotti che indagavano sui clan di Ostia

poliziotti6
«Perché ci hanno fermati? Non è un mistero. Il motivo è semplice: undici anni fa l’ordine di scuderia era “la mafia a Roma non esiste”. Ma noi con le nostre informative, sulle quali un decennio più tardi verrà ricalcata quella dell’operazione Nuova Alba, stabilivano un legame fra la criminalità organizzata e il mondo politico-imprenditoriale, cioè l’esistenza di un autentico modello mafioso a Ostia, il quartiere balneare della Capitale».

A parlare è Gaetano Pascale, ex investigatore della squadra mobile di Roma che con l’ex suo collega della Polaria di Fiumicino Piero Fierro in questi giorni sta raccontando a viso aperto come la loro indagine venne bloccata e «sepolta» per poi «risorgere» (in fotocopia, dicono loro) nel 2013 con il blitz battezzato Nuova Alba, che portò a 51 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso, lo stesso reato contestato ai componenti della cosiddeta Mafia Capitale.

Signor Pascale, lei crede che esista un collegamento fra la mafia di Ostia e il clan Fasciani, su cui voi indagavate all’epoca, e il personaggio di Massimo Carminati, coinvolto nell’operazione Mondo di mezzo?

«I legami fra Carminati e Fasciani c’erano, vuoi per i trascorsi con la banda della Magliana, vuoi per interessi comuni».

E i rapporti fra Carminati e i servizi segreti? Il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), il leghista Giacomo Stucchi, afferma che le informazioni ottenute dal Comitato smentiscono questo collegamento…

Fierro: «È chiaro che, se c’era un contatto, c’era con elementi deviati e non era registrato. I nomi li so. Ma non mi vado a prendere una querela per averli fatti. Chi deve indagare, indaghi…». Pascale: «Non poteva certo risultare ufficialmente che Carminati era sul libro paga dei servizi, anche se la stessa ordinanza cautelare di Mondo di mezzo sottolinea i rapporti del soggetto con i servizi segreti o, comunque, con collaboratori degli stessi. E poi ci risulta che Fasciani forniva informazioni ai servizi e, in cambio, si liberava dalla concorrenza per lavorare indisturbato. Se vuole, le racconto un episodio…».

Dica.

«Prima della nostra indagine a Ostia su Fasciani e company, che il vostro attuale direttore Gian Marco Chiocci pubblicò per primo e venne anche querelato da Fasciani, ci fu un’operazione congiunta di polizia e carabinieri, anzi due: la Black Beach e la Valle Verde. Vincenzo Pompei, uomo della batteria di fuoco di Fasciani, stava per essere arrestato nell’ambito di quelle indagini. Ma riuscì a scappare in Brasile, dove poi io lo arresterò. Nelle telefonate intercettate a Pompei, lui diceva che non lo avrebbero preso perché c’era qualcuno che lo avrebbe avvisato prima che scattasse il blitz».

Chi?

«Appunto. In seguito si seppe che era stato informato da un alto ufficiale del Sisde che abitava all’Infernetto, lo stesso quartiere di Pompei».

Il suo nome?

«So il nome e il cognome ma non ho mai avuto riscontri in merito, quindi come posso dirlo? D’altra parte il personaggio non è mai stato nemmeno denunciato…».

E dalle due operazioni emersero rapporti fra i clan di Ostia e Carminati?

«Non direttamente. Però, nel corso di Valle Verde fu intercettato un gruppo che faceva riferimento a Michele Senese, composto da Marco Turchetta, Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, e altri ultrà laziali che venivano dall’estrema destra ed erano quindi collegabili a Carminati per motivi politici. E dalle ultime intercettazioni dei Ros emerge quello che noi avevamo in parte scoperto».

Ma che cosa scopriste esattamente undici anni fa?

Fierro: «Grazie a indagini classiche e informazioni raccolte sul territorio, scoprimmo questa organizzazione di stampo mafioso, che poi portò a Nuova Alba, che infatti noi chiamiamo Vecchia Alba perché quella “nuova” era la nostra. Era il 2003. Eravamo io e quattro miei colleghi della Polaria, Gaetano e due suoi colleghi della Mobile. Il sistema era molto simile a quello scoperto in questi giorni, solo che il territorio era diverso. Inoltre, quell’organizzazione era basata sul traffico di stupefacenti, mentre questa è più “gommosa” e guadagnava dagli appalti pubblici».

Poi che cosa accadde?

«Presentammo le nostre informative al mio capo della Polaria e alla sezione Crimine organizzato della Mobile. Ma il documento venne “smagrito” di ventitrè pagine…».

Smagrito?

«Sì, insomma, in Procura arrivò un’informativa con ventitrè pagine in meno della nostra».

Avete conservato la copia originale?

«Certo».

Che cosa era stato «cassato»?

«Per esempio c’erano i soldi sporchi mandati in Costarica e in Brasile per essere riciclati. Non dimentichiamo che la prima telefonata da casa di Paolo Frau, ucciso nel 2002, era stata in Costarica…».

Quindi che cosa accadde?

«Su quello che rimase della nostra informativa il pm Iasillo, che indagava sull’omicidio Frau, sposò la nostra linea investigativa e, nel marzo 2003, firmò la delega di indagine per mandarci in Sudamerica in rogatoria. Tra l’altro, dovevamo arrestare un presunto trafficante internazionale di cocaina collegato ai clan di Ostia, Igor Simmi, cugino di Flavio, a sua volta ucciso a Roma il 5 luglio 2011. Ma a giugno non eravamo ancora partiti».

Perché?

«Il mio dirigente – continua Fierro – mi disse che la Mobile non intendeva proseguire l’operazione perché non portava ad alcun risultato. Infatti, si è visto…! Quindi cominciarono a smantellarci, sebbene la notte dell’operazione Anco Marzio, che fu del tutto infruttuosa, noi in un garage di Ostia sequestrammo 80 chili di hashish, segno che il traffico era ancora fitto e massiccio. Infine, arrivarono gli esposti anonimi…».

Di che cosa vi accusarono?

«Avevamo un’indennità di missione di cento euro al giorno perchè in servizio fuori dal Raccordo anulare per sei mesi e ci accusavano di aver intascato quei soldi illecitamente».

Non era così?

«No. Ma chiesero ugualmente a ognuno di noi di restituire 27.000 euro in un mese. Strano, perché una settimana prima avevano ricevuto dal Viminale un documento che certificava come fossimo in regola e non dovessimo restituire proprio nulla».

Poi che fecero?

«Aprirono un’indagine interna contro di noi per truffa ai danni dello Stato, sostenendo che non eravanmo andati a lavorare. Poi ci trasferirono a incarichi amministrativi, un vero e proprio mobbing, anche contro il mio collega Pascale, tanto che io mi sono ammalato».

Nessuno ha mai cercato di scoprire chi e perché vi ha fermato?

«Nessuno in Prefettura o al ministero dell’Interno ha mai fatto un’indagine su come è stata fermata la nostra inchiesta. Io racconto i fatti, ma sono loro che devono indagare. Io ho tenuto fede a un giuramento, altrimenti mi mettevo con Fasciani e Triassi e diventavo ricco…».

Pascale, chi vi ha boicottato e perché?

«Se le nostre indagini fossero andate avanti, saremmo arrivati in Costarica e Brasile, dove avevamo indicato i gruppi di spedizionieri usati per trasferire capitali illegali da ripulire. A boicottarci furono i piani alti del Viminale, che smembrarono il nostro pool e affossarono l’indagine. Se ci avessero lasciato proseguire, avremmo sgominato la mafia di Ostia, impedendo probabilmente decine e decine di omicidi e di traffici sporchi avvenuti negli ultimi dieci anni. Ricordiamoci che gli assassini di Paolo Frau sono ancora a piede libero».

Tutto per non ammettere che a Roma, anzi a Ostia, c’era la mafia?

«Credo di sì. Il gip Villoni, che indagava sugli atti omissivi da noi denunciati, scrisse di “fatti inesplicati e inesplicabili”».

E alla fine?

«Dopo un intervento all’orecchio, mi giudicarono inabile ai servizi di polizia e al maneggio delle armi e mi riformarono. Un mese dopo la Questura mi rinnovò il porto d’armi per le mie tre pistole. Buffo, no? Ma il male non l’hanno fatto a me, che oggi sono coordinatore dell dipartimento di Criminologia della Swiss School of Management presso l’università europea di Roma e referente per il Lazio dell’assoziaione cittadini contro le mafie e la corruizuione. Il male l’hanno fatto al nostro Paese».

Maurizio Gallo – Il Tempo