Condividi

playmobilCompiono 40 anni e la crisi non li spaventa. Anzi, li rende più forti. Oggi come ieri.
Presentati sul mercato per la prima volta nel 1974, i giocattoli Playmobil sono ancora uno dei passatempi più amati d’Europa. Prodotti in Germania e distribuiti in 80 Paesi, nel giro di quattro decadi, i piccoli pupazzi di plastica hanno venduto oltre due miliardi di pezzi, fatturando solo nel 2012 più di 590 milioni di euro. E nel vecchio continente, nonostante la depressione economica, il trend è in crescita: «Nel 2013 il volume d’affari è aumentato – sottolineano alla Geobra Brandstätter, l’azienda tedesca depositaria del marchio – e la tendenza continua a essere positiva. Dal 2000 abbiamo più che duplicato le vendite».
La storia Inventati da un ebanista con l’hobby del modellismo, Hans Beck, i Playmobil nascono nell’Europa dell’austerity piegata dalla crisi energetica. È il 1973, il prezzo del petrolio schizza alle stelle e le aziende che producono materiali in plastica rischiano di chiudere i battenti. Tra queste la Geobra Brandstätter, che fino ad allora aveva prosperato vendendo in Europa i famosi hula hoop americani. La scelta di puntare sui Playmobil, piccoli come la mano di un bambino e meno costosi in termini di materiali, è la scommessa che salverà l’azienda. Il debutto alla Fiera del Gioco di Norimberga dei primi modelli (un cavaliere, un indiano d’America e un contadino) ne decreta l’immediato successo. Il primo a credere nel progetto è un commerciante olandese, che acquista in anticipo tutta la produzione dell’anno. Alla fine del 1974 la Brandstätter ricaverà 3 milioni di marchi solo dai Playmobil: un sesto di tutti i suoi profitti.
Ispirato ai disegni dei bambini, con la testa grande, il sorriso largo e senza naso, il concept del modello, in quarant’anni, è cambiato di poco. Secondo Andrea Angiolino, autore de’ “Il dizionario dei giochi” (ed. Zanichelli), «il Playmobil ha successo perché è senza tempo. È moderno perché colorato, riconoscibile, frutto di un accurato design. Ma non si lega alle tendenze del momento e quindi non è effimero. Le sue ambientazioni sono classici intramontabili: il west, il medioevo, i pirati, i faraoni e la vita quotidiana. Le figurine non hanno nome, come le bambole di un tempo battezzate dalle bimbe e non dagli uffici di marketing. I pupazzi di Peppa Pig non avranno più ragione di esistere quando sul piccolo schermo andrà altro. I Playmobil, invece, sono attuali quanto quarant’anni fa».
Commercializzati dal 1982 anche negli Stati Uniti, dove a favorirne la diffusione è stato McDonald’s, e presenti sul mercato cinese in versioni non autorizzate, i Playmobil sono soprattutto la storia di un successo europeo. Nessuna delocalizzazione delle attività per un processo produttivo che parte ancora oggi nel cuore dell’Europa, nel quartier generale bavarese di Zirndorf, e si ramifica nelle fabbriche di Malta, in Repubblica Ceca e in Spagna. «La tradizione europea del giocattolo è millenaria – spiega Angiolino -, per secoli le botteghe artigiane hanno prodotto giocattoli per le teste coronate e per la gente comune. Gli stampatori hanno diffuso i giochi dell’oca, rimpiazzando chi prima dipingeva le carte a mano. E si sono affermate nel tempo eccellenze locali: i soldatini piatti del ‘700 e ‘800 si chiamano, non a caso, Norimberga».
Il successo A partire dallo scorso giugno Playmobil ha deciso di investire anche sul mercato italiano, aprendo in Lombardia la prima filiale commerciale e sviluppando una linea esclusiva per il nostro Paese, dedicata all’arma dei carabinieri. Una scommessa vincente, secondo il responsabile commerciale Luigi Carillo: «I primi risultati sono stati soddisfacenti. In pochi mesi abbiamo assistito a una crescita del 40% rispetto al 2012». Nessuna sorpresa, se si considera che il mercato italiano del gioco è ancora uno dei cinque più grandi d’Europa.
E il settore, secondo gli esperti, è tra i più fertili: «Bang! di Emiliano Sciarra, il gioco di carte western, ha venduto un milione di copie. Gli italiani Di Meglio, Maggi e Nepitello hanno progettato due grandi giochi tratti dai film de “Il Signore degli Anelli”, pubblicati in una decina di lingue. Dopo la moda, la cucina e le auto, esportiamo anche giochi. E con molto stile. Abbiamo successo in tutto il mondo, ma pochi lo sanno».

Ilaria Ravarino
Fonte: Il Messaggero
2 febbraio 2014

Ricevi gratuitamente e direttamente sulla tua casella di posta elettronica aggiornamenti sul mondo delle Forze dell’Ordine, Video, Consigli e info su Concorsi nelle Forze Armate
Potrebbero interessarti anche
Articolo precedenteCaso Forti, appello del legale al governo: ''Si mobiliti, a breve una mozione''
Prossimo articoloSesso sul cofano dell’auto vicino a una scuola: ‘beccato’ politico locale