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In Italia verranno sperimentati i taser. Ed è già battaglia su come usarli

In Italia la sperimentazione sul campo dei Taser, le pistole elettriche, deve ancora concretamente iniziare, ma già c’è chi contesta l’applicazione e le regole attualmente previste per tale strumento, chiedendo di renderle più permissive.

Soprattutto, in ballo sembra esserci l’identità che dovrebbero assumere queste pistole nel nostro Paese. Per ora infatti sarebbero considerate “arma propria”, e il loro utilizzo dovrebbe essere consentito esclusivamente nei casi previsti dalla vigente normativa sulle armi.

Ma questa definizione potrebbe cambiare, anche perché a premere per modificarla ci sono le forze di polizia, che vorrebbero rendere i Taser uno strumento intermedio tra l’arma da fuoco e il manganello, estendendone gli ambiti di utilizzo.

 

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La sperimentazione in sei città

Ma facciamo un passo indietro. Come è noto, a marzo viene diramata una circolare della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato

che dà il via libera a una sperimentazione del Taser – le pistole che trasmettono una scarica elettrica con l’obiettivo di immobilizzare una persona – in sei città:

Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia. Uomini delle volanti (ma anche dell’Arma) dovranno seguire una fase di formazione nel rispetto di alcune linee guida e, viene riportato da alcuni media, di un disciplinare approvato dal Ministero della Sanità (di cui parliamo dopo).

La sperimentazione è stata resa possibile da un emendamento infilato nel decreto legge sulla sicurezza degli stadi del 2014, sotto l’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano.

 

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Le richieste dei sindacati di polizia

Ora, lo scorso 19 aprile si è svolto un incontro fra il Direttore Centrale per gli Affari Generali della Polizia di Stato, Prefetto Filippo Dispenza, e i sindacati di polizia per un esame di alcune nuove dotazioni tra cui il Taser.

In questa occasione alcune sigle hanno chiesto esplicitamente di modificare le linee guida. Tra questi il Coisp, che in un documento sull’esito dell’incontro ha espresso preoccupazione per i limiti di utilizzo derivanti dalla normativa italiana.

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“Abbiamo chiesto la modifica delle attuali linee guida”, conferma il segretario generale del Coisp, Domenico Pianese, ad AGI. “Vogliamo che sia introdotta una normativa ad hoc per il Taser, che sia considerato uno strumento di difesa degli operatori di polizia e che non sia classificato come un’arma”.

Per Pianese il Taser dovrebbe essere “uno strumento intermedio fra l’arma da fuoco e lo sfollagente”, ma se invece “viene inquadrato come un’arma si incorre nelle stesse limitazioni delle armi che di fatto lo renderebbero inutilizzabile”.

 

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In quanto alla sperimentazione – che, dice Pianese, ancora non è davvero partita, dovrebbe farlo entro l’estate – si tratta di dotare del personale di polizia, dopo averlo formato, di pistole Taser durante il turno di servizio

“e solo se ci saranno le condizioni per poterlo utilizzare sarà sperimentato, ma potrebbe anche succedere che non venga mai impiegato”.

“Taser come dipositivo intermedio”

Sulle linee guida intanto un altro sindacato di polizia, l’Fsp (ex Ugl), va ancora più nel dettaglio, e in una lettera inviata al ministero dell’Interno, chiede una serie di modifiche al testo. Tra queste domanda che il Taser sia definito un “dispositivo intermedio tra gli attuali strumenti di coazione fisica e l’arma da fuoco”.

 

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E che il suo utilizzo invece di “essere alternativo all’arma da fuoco” dove sia “necessario” immobilizzare qualcuno, debba essere “previsto altresì nei casi in cui si renda consigliato” farlo.

L’Ugl vuole anche togliere indicazioni sulla “distanza consigliabile” di massima (fra i 3 e i 7 metri) per fare il tiro, in quanto facilmente sindacabile, e vuole eliminare anche la frase in cui si dice di considerare il contesto e i rischi associati alla caduta della persona.

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Le associazioni per i diritti

Chi è nettamente contrario all’introduzione del Taser in Italia sono associazioni come Antigone, che si occupa di diritti nel sistema penale. Non appena era uscita notizia della nota della Direzione Anticrimine sul via libera alla sperimentazione, l’associazione aveva espresso subito la sua contrarietà.

“Il punto principale è che, laddove sono usate, le pistole elettriche non sono alternative alla pistola tradizionale ma al manganello”, commenta ad AGI Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

“Quindi si assiste a un aumento della violenza, non a una sua diminuzione.

Gli organismi internazionali per la prevenzione della tortura dicono che l’uso di questi strumenti si presta facilmente ad abusi; inoltre finisce per essere alternativo a pratiche normali di ordine pubblico, anche perché la criminalità vera e il terrorista si muovono con la pistola”.

 

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Nelle scorse settimane, è stata anche presentata un’interrogazione parlamentare al ministero dell’Interno e della Salute, a firma di Fratoianni e Palazzotto (LeU), in cui fra le altre cose si chiede

“se il Ministero della salute abbia svolto o intenda svolgere un’indagine in relazione alla sperimentazione della pistola elettrica Taser, con particolare riguardo ai rischi sulla salute, come previsto dalla legge, in particolare a tutela delle categorie più vulnerabili (donne incinte, minori, malati di cuore e anziani)”,

e “quali siano i costi della sperimentazione sopra richiamata e le aziende coinvolte, considerato che per gli interroganti sarebbe più utile investire queste risorse in formazione delle forze di Polizia o in strumenti logistici (autovetture, vestiario)” ecc.

Del ministero della Salute abbiamo già detto prima. In quanto ai costi la domanda è a sua volta interessante, anche considerato il fatto che un Taser X2, secondo il suo manuale, avrebbe una “vita utile” di cinque anni.

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