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L’ultima affermazione dell’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che ha voluto a tutti i costi rivendicare la “continuità con Renzi” perché sarebbe sbagliato accantonare il lavoro del precedente governo, ha generato qualche perplessità.
Da parte nostra, essenzialmente due: la prima, riguarda il voto del referendum del 4 dicembre. Una consultazione elettorale che ha attirato alle urne ben 33 milioni di persone. Di queste, quasi 20 milioni hanno votato No alla riforma costituzionale proposta dalla maggioranza a sostegno di Renzi. Diciamo pure dal governo in carica, tanto che portava il nome di uno dei suoi ministri: Maria Elena Boschi. Questa riforma è stata abrogata perché i cittadini l’hanno respinta, dopo che non ha raggiunto i 2/3 dei voti favorevoli in parlamento. Ma c’è un dato politico: quegli oltre 19 milioni che hanno votato No sono corsi alle urne per liberarsi di Renzi, perché questa era la promessa dell’allora capo del governo. “Se vincono i No mi ritiro dalla politica”. Ed è questo, secondo tutti gli analisti o quasi, il motivo principale per cui una fiumana di tal guisa si è recata alle urne, votando anche dall’estero, chiedendo duplicati della tessera elettorale smarrita, facendosi mettere come rappresentante di lista se impossibilitati a votare nel comune di residenza.
Insomma, una vera e propria mobilitazione per respingere una riforma costituzionale ma soprattutto per mandare a casa, nel vero senso della parola, Matteo Renzi.

E allora perché questa assurda premura nel voler rivendicare a tutti i costi continuità, da parte di Paolo Gentiloni? Giusta o sbagliata, l’opinione pubblica che si è manifestata tramite il voto del 4 dicembre conterà pure ancora qualcosa?
Qualche segnale di discontinuità dopo il referendum sarebbe stato gradito e apprezzato.
Ma qui veniamo alla seconda perplessità, che si avvicina maggiormente al merito di questa continuità promessa e sbandierata.
Riassumendo l’esperienza degli oltre due anni di governo Renzi, abbiamo una riforma costituzionale bocciata dal popolo, una riforma della pubblica amministrazione quasi interamente bocciata dalla Corte Costituzionale, una legge elettorale praticamente disconosciuta dai promotori e in odor di bocciatura sempre dalla Consulta, una riforma del lavoro che potrebbe essere bocciata in un prossimo referendum, una legge sulle unioni civili alquanto edulcorata.
E allora ci chiediamo: di grazia, quali sono le basi su cui poggiare questa continuità? Continuità rispetto a cosa?

Riccardo Ghezzi
Roma, 29/12/2016

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