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Guy Verhofstadt, ex premier belga idolatrato al limite del culto della personalità da molti liberali italiani, è con ogni probabilità giunto al capolinea del suo percorso politico.
Il capogruppo dell’Alde, l’Alleanza dei Liberali e Democratici Europei, tanto stimato perché “ha le idee giuste per l’Europa” salvo poi non applicarle mai preferendo sterili battaglie contro i cosiddetti “populismi”, è stato di fatto trombato dal suo stesso gruppo all’europarlamento.
La sua corsa alla presidenza dell’eurocamera quindi si complica, anzi molto probabilmente Verhofstadt sarà costretto a ritirare la candidatura. Oltre, presumibilmente, a dimettersi dalla carica di capogruppo dell’Alde. Insomma, fine o quasi di un’onorata carriera politica durata decenni.
Ma che è successo all’ex premier belga? Semplicemente, aveva stretto un accordo apparentemente vantaggioso con il Movimento 5 Stelle, partito italiano guidato da Beppe Grillo.

L’accordo, almeno sulla carta, aveva lati svantaggiosi per entrambi: una giravolta eccessiva difficile, tanto per l’Alde quanto per i grillini, da spiegare ai propri simpatizzanti o elettori. Ma aveva anche lati vantaggiosi. Per Grillo si trattava di trovare un gruppo nel quale inserirsi, essendo ormai morto dopo la Brexit quello che fa capo a Nigel Farage. Ne va dei rimborsi elettorali e dell’accesso ad alcuni dossier. Attenzione però: al Movimento 5 Stelle sarebbe servito entrare in un qualsiasi gruppo, non necessariamente l’Alde.
A Verhofstadt invece serviva come il pane il Movimento 5 Stelle: sia per togliere un alleato a Farage, indebolendolo in vista dei negoziati per la Brexit, sia soprattutto per aggiungere alcuni voti decisivi alla sua persona in vista dell’elezione per il successore di Martin Schulz alla presidenza dell’europarlamento. Il tedesco, com’è noto, si è dimesso avendo scelto di candidarsi a Cancelliere in patria. Verhofstadt appena qualche giorno fa ha presentato la propria candidatura. Cinici calcoli alla mano, il belga ha capito di aver bisogno dei voti del Movimento 5 Stelle. Come fare? Semplice: “comprarli” assicurandone l’ingresso nell’Alde.
Verhofstadt è quindi il principale promotore e beneficiario di un accordo che è saltato perché “mancano i presupposti” per volontà dell’Alde.
Il gruppo, quindi, ha sbugiardato il proprio capogruppo.
Game over.

Riccardo Ghezzi
Roma, 11/1/2017

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