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La Corte di Appello di Milano ha ordinato all’Ufficiale di Stato civile dello stesso Comune di trascrivere integralmente nel registro degli atti di nascita del Comune i certificati di due bambini nati in California grazie alla tecnica dell’utero in affitto.
È l’ennesimo riconoscimento, con una sentenza “creativa”, di quella maternità surrogata che per legge in Italia invece è vietata.

Come è noto, infatti, l’art. 12 comma sesto della Legge 40/2004 sanziona penalmente chiunque realizza “in qualsiasi forma” la surrogazione di maternità, ossia ricorre a tecniche di riproduzione con le quali una donna porta a termine una gravidanza per conto di un’altra (e dunque accetta l’inserimento in utero di un embrione formato in vitro con un proprio ovocita, ovvero di altra donna), cui consegnerà il nato, in modo che risulti figlio della committente.

Si tratta, in buona sostanza, di quello che viene chiamato “utero in affitto”.

Il divieto della surrogazione di maternità, nel nostro ordinamento, si ricollega al disposto dell’art. 263 comma terzo c.c. (rimasto inalterato anche dopo la recente riforma sulla filiazione), in base al quale madre è colei che partorisce.
Non è dunque possibile l’attribuzione della maternità a donna differente da colei cha ha partorito, e ciò pure nell’ipotesi in cui il nato non sia geneticamente figlio della medesima: d’obbligo richiamare quanto deciso, in sede cautelare, da una recente ordinanza molto nota, resa nella dolorosa vicenda dello scambio di embrioni tra due coppie, che si erano entrambe risolte ad un’inseminazione artificiale di tipo omologo. Il divieto di surrogazione di maternità è rimasto inalterato, pur a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 162 del 2014: la Consulta infatti ha dichiarato illegittimo il solo divieto di fecondazione eterologa, di cui all’art. 4 comma terzo l. 40/2004, rendendo così possibile, anche in Italia, alla donna sterile di avere una gravidanza tramite donazione di ovocita di altra donna, fecondato con lo spermatozoo del proprio marito o partner. In questo caso, nell’atto di nascita verrà correttamente indicata come madre colei che ha partorito, pur in difetto di un qualsiasi legame di tipo genetico con il nato.

I due bimbi, illegalmente concepiti secondo le leggi italiane, hanno la stessa madre (la venditrice di ovociti, ignota e con ogni probabilità semplicemente scelta su un catalogo in base a caratteristiche somatiche e genetiche), e sono figli biologici di due uomini italiani, coniugati tra loro negli Usa e soci dell’associazione Famiglie Arcobaleno.

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