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Dall’uomo solo al comando all’uomo sodo al comando. E’ passato poco meno di un mese ma tutto sembra essere già chiaro. Proviamo a mettere i fatti in fila. Dunque. Forza Italia lo apprezza, arrivando persino a votare insieme con il Pd su alcuni provvedimenti (Mps), perché (a) grazie a questo governo si guadagna tempo, forse molto tempo, e il centrodestra ha la possibilità di riprendere fiato, di lavorare a una aggregazione tra i moderati senza essere fagocitato dall’Opa salviniana, e perché (b) grazie a un ministro, Carlo Calenda, per la prima volta nella storia un governo di centrosinistra ha riconosciuto che quello che un tempo veniva chiamato conflitto di interessi, cioè la sovrapposizione tra il Berlusconi politico e il Berlusconi imprenditore, in realtà, vedi il caso Mediaset, coincide con l’interesse nazionale: Mediaset è strategica per l’Italia anche se Mediaset è strategica per Berlusconi. E dunque, sì, bene: evviva Paolo Gentiloni.

 

Storia simile la Lega, che lo apprezza, o se volete non lo disprezza, perché grazie a questo governo il centrodestra salviniano ha la possibilità (forse l’illusione) di costruire un percorso alternativo a quello di Berlusconi e perché poi, caspita, un governo di centrosinistra che riconosce che alcune parole d’ordine della Lega non sono delle cialtronate (aumento dei Cie, lotta senza quartiere agli immigrati clandestini) non è niente male. E dunque, sì, non si può dire, ma per il momento, beh, viva Paolo Gentiloni. Non basta. Anche il partito del maggioritario, o almeno quello che resta dopo gli schiaffi del referendum, lo sostiene con convinzione: perché andare a votare a breve, subito dopo la sentenza della Consulta sull’Italicum, equivarrebbe a votare con una legge ultra proporzionale, e più dura questo governo, dunque, più ci saranno possibilità che il sistema proporzionale venga sostituito con un sistema con correzioni maggioritarie. E dunque sì, anche in questo caso, c’è poco da fare: evviva il governo Gentiloni. Per la sinistra del paese, quella fuori dal Pd, anche se non può confessarlo, anche se chiede elezioni subito, non può che rallegrarsi: finalmente un governo a guida centrosinistra spiega che l’italianità è ancora un valore (interesse nazionale) e ricorda persino (a morte i banchieri) che la nazionalizzazione è una soluzione utile per mettere a nudo i limiti del regime liberista. E dunque sì, ancora, evviva il governo Gentiloni.

 

Per la minoranza del Pd stessa storia. Lo apprezza, lo difende, lo sostiene, soprattutto in funzione anti renziana: perché più dura Gentiloni meno possibilità ha di rinascere il renzismo. E così la minoranza anti renziana coccola il nuovo presidente del Consiglio ultra renziano perché sa che, fino a quando ci sarà l’ex ministro degli Esteri a Palazzo Chigi, il Pd sarà di fatto commissariato da Sergio Mattarella, più o meno allo stesso modo in cui nel 2013 l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano commissariò il Pd dopo la disfatta di Bersani. E dunque, sì, senza dubbi: evviva il compagno Gentiloni. Finisce qui? Non finisce qui. Per i populisti del Pd, alla Michele Emiliano, e per tutti coloro che sognano di sfilare il Pd a Renzi, vale la stessa storia: da quando c’è Gentiloni a Palazzo Chigi, ha detto il presidente della regione Puglia, finalmente c’è qualcuno con cui parlare al governo, qualcuno che ti ascolta, che ti segue, che ti capisce. E dunque, dice il governatore pugliese, pensando di avere tutto da guadagnare dall’andare a votare dopo il congresso del Pd (che sogna di vincere) per il momento lunga vita al governo Gentiloni. Finisce qui? Non finisce qui.

 

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, osserva lo scenario con attenzione ma in modo forse più laico, più realistico, senza farsi illusioni, senza forzare la mano, giocando un po’ con la post verità quando dice che non c’è una legge elettorale con cui andare a votare, sperando sì che la legislatura duri il più possibile, sapendo che se Gentiloni si dimetterà fare un altro governo sarà impossibile, ma riconoscendo anche che sarebbe un peccato privarsi di un governo che può funzionare: e per questo, dice Mattarella, con convinzione, lunga vita al governo Gentiloni. I giornaloni, con i loro seri e accigliati notisti politici, non ne parliamo. E nessuno perde occasione per soffermarsi sullo “stile” di Paolo, così diverso, dicono, così lontano, così distante dall’arroganza di quell’altro, al punto da essere stato capace di restituire centralità ai ministri, al punto che finalmente con Paolo è tornata la serietà e la sobrietà al governo, la vecchia normalità degli esecutivi non eletti dal popolo che vogliono governare, sì, ma senza esagerare, e pronti a mediare in qualsiasi momento con tutti, sempre, senza pregiudizi. Insomma, ci siamo capiti: è passato poco meno di un mese dall’arrivo di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi ma tutto sembra essere già estremamente chiaro. E non appena riaprirà il Parlamento risulterà evidente a tutti che nella partita tra la lealtà (il rapporto fiduciario con Renzi) e la logica (l’inerzia di un governo che si sa quando inizia ma non si sa quando finisce) più passano i giorni e più la logica offre motivazioni sempre più valide per dubitare che questo governo possa avere una durata breve.

 

Il passaggio dall’uomo solo al comando, definizione utilizzata per delegittimare l’ex premier, all’uomo sodo, compatto e resistente al comando, come potrebbe essere Gentiloni, presenta molte implicazioni, alcune delle quali potrebbero persino prescindere dalle volontà dal primo ministro. Se Matteo Renzi dovesse davvero decidere di considerare, da segretario del partito più forte in questo Parlamento, esaurito il tempo concesso all’esecutivo, un secondo dopo la sentenza della Corte costituzionale sull’Italicum, è probabile che Gentiloni faccia quello che tutti si aspettano: non aspettare che sia il Pd a sfiduciarlo ma presentarsi al Quirinale da primo ministro dimissionario.

 

Alla luce del contesto politico in cui si muove il governo sembra però molto difficile che la lealtà prevalga sulla logica e le ragioni per cui il governo Gentiloni sembra essere fatto apposta per durare non riguardano solo gli equilibri di questa legislatura ma riguardano anche le dinamiche che potrebbero presentarsi nel prossimo Parlamento.

 

Nonostante l’ottimismo del partito del maggioritario – che vede nella durata del governo Gentiloni una via di fuga possibile per evitare il ritorno del paese al sistema proporzionale – è più che probabile che il Parlamento del futuro sia eletto sulla base di un sistema ultra proporzionale. E per questo, nella diciottesima legislatura, potrebbero ripresentarsi necessità simili a quelle già registrate all’inizio di questa legislatura: impossibilità a far nascere un governo guidato da una coalizione di centrodestra o di centrosinistra, possibilità di far nascere un governo solo attraverso la combinazione tra partiti di centrodestra e di centrosinistra. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è anche a quello scenario che guarda con attenzione, sapendo bene che nella prossima legislatura, in cui al Quirinale sarà ancora questo presidente a dare le carte, bisognerà trovare un nuovo punto di mediazione tra centrodestra e centrosinistra (anche per evitare che possa nascere una coalizione rosso-nera, da Grillo a Salvini, che sorprendentemente potrebbe avere sulla carta i numeri per governare, seguendo magari lo stesso schema adottato nel 2015 da Tsipras in Grecia, quando il partito della sinistra, Syriza, per far nascere un governo chiese i voti al partito dell’ultra destra, Anel). E così il fatto di avere già oggi un mediatore sodo al comando – che funziona a Palazzo Chigi rappresentando tutti, parlando con tutti, dialogando con tutti, mediando con tutti, da Maria Elena Boschi a Fedele Confalonieri, di cui Gentiloni è amico, e soprattutto senza fare ombra a nessuno – è un passo in avanti importante, nella logica mattarelliana, per preparare il terreno a ciò che potrebbe capitare domani.

 

Un Gentiloni a Palazzo Chigi, ieri, oggi e domani, è il punto di sintesi perfetto tra un Berlusconi disposto a dialogare con il Pd a condizione che non ci sia Renzi al comando del paese e un Pd disposto a non affondare il renzismo a condizione che non ci sia Renzi a guidare il paese. Possono piacere o no ma sono questi i vincoli che sussistono in Parlamento – non lo abbiamo scritto, ma se Mattarella ha chiesto ad Alfano di andare alla Farnesina è perché vuole avere un alleato vero nel governo per evitare di andare a votare il prima possibile – e che rischiano di essere gli stessi vincoli con cui i leader di centrodestra e centrosinistra potrebbero fare i conti nel prossimo Parlamento (Parlamento che potrebbe anche non avere i numeri per fare un nuovo governo e potrebbe dunque persino affidarsi a un governo Gentiloni dimissionario per andare a rivotare dopo possibili elezioni senza vincitori, come già successo in Spagna con Rajoy). Un uomo sodo al comando purtroppo per Renzi è il punto di mediazione perfetto tra tutti i nemici di Renzi e lo stesso Renzi. Abraham Lincoln diceva che la miglior cosa del futuro è che arriva un giorno alla volta. Chissà che nell’Italia che ama i leader solo per poterli rottamare non vada così anche con Gentiloni. Si vota presto, sì, ma un giorno alla volta il futuro sembra avere un orizzonte che va più in là che in qua.

di Claudio Cerasa

Fonte IlFoglio

Roma, 8 gennaio 2017

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