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E così si è tenuta oggi l’ultima (sarà davvero l’ultima?) direzione dell’era Matteo Renzi. Il rottamatore lascia la leadership del partito per fare il “semplice” senatore e il Pd sarà traghettato dal vice segretario Maurizio Martina all’opposizione, dopo sette anni in cui è sempre stato, direttamente o indirettamente, alla guida dell’Italia.

PD, partito di lotta e di governo

La prima volta che il Partito Democratico passò dall’opposizione al governo del Paese non fu decisa dal voto dei cittadini, ma dal Parlamento. Era l’autunno del 2011, in quei mesi la prima notizia di ogni giornale e telegiornale era lo spread, la seconda le cene galanti di Silvio Berlusconi, che nel giro di qualche mese finì col rassegnare le dimissioni da Presidente del Consiglio.
Nacque così il primo di una lunga e non fortunatissima serie di governi di grande coalizione (all’italiana). In principio fu l’epoca di Mario Monti e dei cosiddetti “tecnici”, e poi, dopo la non-vittoria (cit. Bersani) del centrosinistra alle elezioni politiche del 2013, la nascita del governo guidato da Enrico Letta.

Che anni, quegli anni, per Angelino Alfano. Nei corridoi dei palazzi romani era uno dei nomi più pesanti: lui, il delfino, l’allievo prediletto del Cavaliere, era visto come il vero azionista di maggioranza di quel governo, nonostante il premio di maggioranza di una legge incostituzionale chiamata Porcellum attribuisse la (stra-grande) maggioranza dei seggi alla Camera al Pd.

Per la prima volta da Manipulite due democristiani, il premier e il Ministro dell’Interno, fino ad allora seconde linee, erano divenuti gli uomini più potenti d’Italia, e il loro corso sembrava destinato a durare per molti anni.

Errore n.1: Maria Elena Boschi

E così sarebbe stato se il rottamatore Matteo Renzi non avesse deciso di lanciare l’Opa sul Partito Democratico: via Letta, nuovo governo, Alfano (che nel frattempo con il voto sulla decadenza di Berlusconi per la Legge Severino aveva sancito la rottura definitiva con il suo leader e il suo schieramento) resta ministro, ma non più vicepremier. Esordiscono nuovi ministri, su tutti uno dei nomi di cui da lì in avanti sentiremo molto parlare è Maria Elena Boschi.

È lei il primo errore di Renzi. Nulla contro la Boschi, sia chiaro, ma le vicende legate allo scandalo Banca Etruria e a Papà Boschi sono state una delle prime (pericolosissime) slavine per il leader del Pd.
La storia lo insegna da secoli, sin dai tempi di Cesare: quando ci sono di mezzo, e insieme, affari, famiglia e politica i guai sono sempre dietro l’angolo.

Errore n.2: la Buona Scuola (e le unioni civili)

Il secondo errore di Renzi è stato riuscire a mettersi contro contemporaneamente scuola e famiglie. Sì, è vero, i 500€ del bonus cultura per gli studenti e del bonus insegnanti sono stati certamente una buona iniziativa (così come i famosi 80 euro per tutti gli stipendi inferiori a 1.500 euro), ma non poche grane hanno portato due riforme, sfornate con una velocità impressionante (e direi quasi preoccupante), ovvero la cosiddetta riforma della “Buona Scuola” e la Legge Cirinnà sulle unioni civili.

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Degno di menzione l’inserimento in quella occasione di un contentino ai centristi di quello che un tempo si chiamava Ncd: un emendamento fatto passare sotto traccia (e nel silenzio più totale) alla Camera per i contributi alle scuole paritarie (e quindi anche quelle cattoliche). E inutile dire che anche alla sinistra dentro e fuori il Pd la legge sulle unioni civili ha fatto più scontenti che contenti.

Errore n.3: dimettersi dopo aver perso il Referendum (e spianare la strada a Gentiloni e Minniti)

Il terzo errore imperdonabile di Renzi è direttamente collegato al Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, ma non per quello che tutti gli rimproverano, ovvero averlo personalizzato e incentrato sulla sua persona. E l’errore di Matteo Renzi non è stato neanche l’aver provato a correggere il tiro man mano che venivano diffusi i primi sondaggi, utili meno della carta igienica le consulenze dello spin doctor di Obama di Jim Messina e le valanghe di soldi (anche internazionali) che hanno contribuito a finanziare quella campagna.

Il vero errore di Renzi in quella occasione è stato dimettersi dalla Presidenza del Consiglio e da segretario per poi ricandidarsi alla segreteria, perché è stato il preludio della sua auto-rottamazione.

Il nuovo premier Paolo Gentiloni, persona seria e garbata, ha continuato sul solco dell’azione politica avviata da Renzi, ma vi ha impresso la sua autorevolezza e, soprattutto, la sua non-velocità, mentre il nuovo titolare del Viminale Marco Minniti metteva la questione immigrazione in cima alla sua agenda (e a quella del Governo). Diciamolo pure senza giri di parole: in un sol colpo Minniti è riuscito a fare ombra sia a Renzi che a Gentiloni, perché è andato su posizioni molto più “decisioniste” e certamente molto più vicine all’elettorato di Matteo Salvini e di parte del Movimento 5 Stelle, soprattutto quella facente capo a Luigi Di Maio.
Se Renzi, invece, non si fosse dimesso avrebbe continuato a governare direttamente per un altro anno. Ma evidentemente era convinto di tornare, e tornare prendendosi tutto il banco.

Errore n.5: ignorare (e deridere) Salvini e i 5 Stelle

Il quinto errore di Renzi è stato quello, da segretario del Pd auto-dimissionato e rieletto, di non avviare un nuovo Nazareno con i due nuovi e sempre più affermati competitor politici: la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle “de-grillizzato” guidato da Luigi Di Maio.
L’ex premier era talmente convinto di vincere le minoranze interne al suo partito e le elezioni che ha affidato le trattative a un uomo, Ettore Rosato, cui la faccia vista a Porta a Porta a chiusura delle urne e dopo le prime proiezioni la dice tutta.

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Ma poi, che razza di legge è il Rosatellum? Quanti voti ha perso (e disperso) il Pd? E quanti anche, soprattutto, il centrodestra? Sì, perché la storia dei listini bloccati al proporzionale, collegati in coalizione con un candidato uninominale e senza, però, la possibilità di esprimere un voto disgiunto alla lista e al candidato di un’altra coalizione hanno fatto sì che il voto d’opinione colpisse senza alcuna pietà, e prima di tutto il partito che quella legge l’ha voluta, scritta e votata.

Un esempio su tutti: la bocciatura di Minniti a Pesaro, quella stessa Pesaro roccaforte di uno dei simboli del renzismo, Matteo Ricci. Non sicuri di un’elezione nella sua terra di Calabria, il Pd aveva piazzato il Ministro dell’Interno in uno dei collegi ritenuti blindati, ma evidentemente così non era. O comunque era meno blindato di Bolzano o di altri collegi in giro per l’Italia, giusto per fare un esempio scolastico.

Ne valeva davvero la pena?

Tragicomica la storia delle dimissioni postdatate dopo la batosta del 4 marzo. Non hanno bisogno di commenti quel video su Facebook e la conferenza stampa dove Renzi, con una faccia a metà tra un rappresentante della Folletto e Frank Underwood, dice di voler continuare a guidare la barca fino alla fine. Non ha tutti i torti, umanamente parlando, visto che se non fosse stato per lui gran parte di quelli che hanno iniziato a voltargli le spalle oggi sarebbero al massimo consiglieri regionali o sindaci e assessori.

Ma almeno in una cosa Renzi ha vinto davvero: voleva rottamare il Pd è c’è riuscito. E alla fine, forse, si è rottamato da solo.

Un po’ spiace, perché in fondo (molto, molto, molto in fondo) Renzi in questi ultimi quattro anni non è stato il male assoluto della politica italiana. Ha voluto comandare in solitaria: lui a twittare #enricostaisereno, lui alla lavagna a spiegare la Buona Scuola, “gli 80 euro di Renzi”, “se perdo il Referendum lascio la politica”, eccetera. Renzi ha sbagliato, e non una volta soltanto, a voler a tutti i costi “provare a dare la soluzione” per dirla con il linguaggio della Ruota della Fortuna.
Ora vediamo se lui e quel che resta del suo partito riusciranno davvero a restare fermi per qualche giro.

@aldopecora

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