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La morte di una giovane ivoriana sotto la doccia, i soccorsi troppo ritardati a giudizio dei migranti ospiti del campo profughi, la rivolta e le lunghe ore di tensione con 25 operatori assediati.
E’ accaduto ieri pomeriggio nell’ex base missilistica di Cona, in provincia di Venezia, oggi adibita a centro accoglienza per migranti.
Sono circa mille i richiedenti asilo ospitati, tra molte polemiche. E certo l’episodio di ieri non contribuirà ad alleviare le tensioni sociali.
Gli operatori che lavorano nel centro profughi sono stati praticamente sequestrati fino a notte fonda, per poi essere lasciati uscire solo intorno alle 1.40 della notte.
Sono ragazzi che distribuiscono pasti e organizzano l’attività dei richiedenti asilo. Tra loro anche due medici e un’infermiera. Tutti e 25 sono in buona parte italiani.

Dal momento in cui è iniziata la protesta, gli operatori si sono visti costretti a nascondersi nei container e negli uffici che costituiscono l’area amministrativa.
La struttura è gestita da Ecofficina, cooperativa che arrivata a fatturare oltre 10 milioni di euro l’anno vincendo quasi tutti gli appalti per l’accoglienza profughi in Veneto.
Ieri pomeriggio la protesta è esplosa alle 17, ora in cui i migranti hanno spento le luci e dato fuoco a dei bancali. A scatenare la rabbia, la morte di una di loro: un’ivoriana di 25 anni, Sandrine Bakayoko, arrivata a Cona quattro mesi fa con il fidanzato, dopo un viaggio in gommone che dalla Libia l’ha portata sulle coste della Sicilia. All’alba si era sentita male in bagno, ma il compagno l’ha trovata priva di sensi soltanto intorno a mezzogiorno. «Ho sfondato la porta e l’ho trovata lì, distesa a terra», racconta. «Stava male da giorni, tossiva, aveva la febbre. Questo non è un posto dove ospitare delle donne». I profughi migranti dicono inoltre che i soccorsi siano arrivati troppo tardi, ma il 118 smentisce. La Procura di Venezia ha aperto un fascicolo.
«Per un po’ ha funzionato il sistema elettrico di emergenza — raccontava ieri sera uno degli operatori — ma da qualche ora siamo rimasti al freddo e al buio. Se tentassimo di riavviare l’impianto di illuminazione esterno rischieremmo di essere aggrediti. Ogni tanto qualcuno prende a pugni la porta, siamo terrorizzati. Urlano e alcuni di loro hanno in mano delle spranghe. Ci hanno detto: “Stanotte dormirete qui”. Non abbiamo scelta…».

Riccardo Ghezzi
Venezia, 3/1/2016

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