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Barack Obama non sopporta due cose in questo suo triste addio di fine mandato: la mancata vittoria di Herzog-Livni in Israele e la mancata vittoria di Hillary Clinton in Usa. Probabilmente avrebbe voluto continuare con un terzo mandato, ma la severa legge americana non glielo permette. E allora ha tifato fino alla fine per Hillary Clinton, non solo per spirito di bandiera (l’ex segretaria di stato è democratica come lui) ma soprattutto per desiderio di continuità con la sua amministrazione. Hillary Clinton, nei piani del presidente uscente, sarebbe stata un Obama tris.
Peccato che gli americani abbiano detto no.
Allo stesso tempo, in Israele, gli elettori non hanno voluto scegliere un premier destinato a diventare il passacarte del presidente americano e hanno preferito riconfermare Netanyahu, che ora guida un governo assai spostato a destra, senza l’appoggio dei centristi come in passato. Un governo in cui coloni e ortodossi sono l’ago della bilancia. Probabilmente non è un bene per Israele, di sicuro però le ultime elezioni israeliane sono state vissute come uno sgarbo da Obama, al pari di quelle americane.

Cosa resta da fare al premio nobel per la pace? Vendicarsi e perdere la dignità. Dimostrare un attivismo inconsueto, contrariamente ad una regola non scritta secondo cui un presidente ormai in procinto di andarsene non dovrebbe prendere decisioni significative, soprattutto in politica estera. Obama invece no, ha fatto più cose dopo l’elezione di Trump che nei suoi otto anni precedenti. E le due principali decisioni sembrano avere un solo obiettivo: inguaiare il presidente eletto, il suo successore, complicando i rapporti con Israele e Russia. Insomma, una vendetta contro Trump e contro Netanyahu, o meglio contro gli americani e gli israeliani che non hanno votato come i suoi desiderata.
Ecco quindi che gli Usa per la prima volta nella storia non pongono il veto su una risoluzione Onu anti-israeliana, che addirittura considera illegali gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, nonostante la Cisgiordania non sia uno stato e le linee armistiziali post 1948 non siano confini. Le risoluzioni Onu sostituiscono il diritto internazionale e riempiono il buco normativo, ponendo però questioni politiche e schierandosi contro Israele per pura scelta politica. L’Usa, per la prima volta, si rivela ostile ad Israele. Ed è una situazione che dovrà gestire Trump.
Ora, invece, la notizia dei 35 diplomatici russi e le minacciate sanzioni alla Russia per “ingerenze” sul voto americano. Un lavoro di hackeraggio, di cui non siamo a conoscenza delle prove né vogliamo che siano sbandierate all’opinione pubblica, sarebbe un errore. Ma certo l’amministrazione americana ne era a conoscenza prima della vittoria di Trump, che ora intende delegittimare pur di insinuare il sospetto che il presidente eletto sia stato favorito da ingerenze russe. Demonizzare l’avversario val bene il rischio di una guerra fredda.
Il lungo addio di Obama si sta rivelando più dannoso del suo stesso operato.

Riccardo Ghezzi
Roma, 30/12/2016

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