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È finito il tempo in cui lo stipendio, una volta depositato in banca, poteva essere pignoratointegralmente dal creditore.

Questo rischio non c’è più da ormai due anni, ossia da quando, nel 2015, sono entrate in vigore le nuove regole sull’esecuzione forzata.

Tuttavia spesso gli indebitati ignorano l’esistenza della riforma sul pignoramento presso terzi, e in particolare del conto corrente bancario,

per cui val la pena fare il punto della situazione e spiegare come sono cambiate le regole del pignoramento dello stipendio.

Prima però di spiegare come avviene oggi il pignoramento dello stipendio dobbiamo ricordare che la busta paga può essere aggredita dai creditori in due momenti diversi (alternativi tra loro e secondo la scelta dello stesso creditore):

 

 

o quando ancora è materialmente nelle casse del datore di lavoro (e, pertanto, non è stata ancora erogata) oppure quando viene accreditata sul conto del dipendente, in banca o alle poste.

Tra le due situazioni un tempo le regole erano completamente diverse e implicavano una forte discriminazione per chi riceveva lo stipendio direttamente in banca. Difatti:

quando il terzo pignorato era il datore di lavoro (ossia nel caso di pignoramento eseguito prima della materiale erogazione delle somme),

il “blocco” dello stipendio poteva riguardare non più di un quinto, mentre gli altri quattro quinti finivano al dipendente.

Su una busta paga di mille euro, il lavoratore rischiava al massimo 200 euro;

quando il terzo pignorato era la banca o le poste (ossia nel caso di pignoramento eseguito dopo l’accredito delle somme), il blocco poteva riguardare tutte le somme depositate sul conto, senza alcun limite.

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In pratica, il lavoratore “risparmiatore” che si faceva accreditare la busta paga in banca veniva pregiudicato e discriminato rispetto a chi, invece,

la otteneva in contanti o con assegno, poiché quest’ultimo poteva sottrarla interamente al pignoramento del conto.

Pignoramento stipendio: le nuove regole

Oggi, dicevamo, le regole del pignoramento dello stipendio sono cambiate,

ma solo per quanto riguarda i pignoramenti in banca, mentre quelli che avvengono presso il datore di lavoro restano identici (pignoramento fino a massimo un quinto).

In pratica, adesso non si rischia più il pignoramento dell’intero deposito ma solo di una parte;

in più i successivi versamenti delle mensilità possono essere pignorate fino a massimo un quinto. Il tutto si può riassumere nel seguente schema:

Pignoramento presso il datore di lavoro

Quando il pignoramento avviene presso il datore di lavoro ed oggetto dell’esecuzione forzata è appunto lo stipendio in busta paga valgono le seguenti regole:

se si tratta di un solo creditore: pignoramento dello stipendio fino a massimo un quinto;

se concorrono più di un creditore per cause diverse (alimenti, tributi, debiti di varia natura): pignoramento dello stipendio fino a massimo la metà;

se il creditore è l’Agenzia Entrate Riscossione: a) per stipendi fino a 2.500 euro: pignoramento dello stipendio fino a massimo 1/10;

b) per stipendi tra 2.501 a 5.000 euro: pignoramento fino a massimo 1/7; c) per stipendi superiori a 5.000 euro: pignoramento fino a massimo 1/5.
Pignoramento presso la banca o la posta

Quando il pignoramento avviene presso l’istituto di credito (banca o posta) e quindi ha ad oggetto il conto corrente intestato al debitore:

per le somme che si trovano già depositate in banca alla data del pignoramento, il creditore non può più pignorare il 100% del saldo, ma solo l’importo che eccede il triplo dell’assegno sociale [1].

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Si fa quindi questa operazione: dallo stipendio mensile si sottrare il triplo dell’assegno sociale (attualmente pari a 1.344,21 ossia 448,07 x3). Il risultato è la somma pignorabile.

Ad esempio: su uno stipendio di 1.500 euro di stipendio bisogna sottrarre 1.344,32; la differenza, pari a 155,79 euro è tutto ciò che il creditore può pignorare;

per le somme che verranno accreditate successivamente dall’azienda, a titolo di stipendio, dopo la notifica del pignoramento: valgono le stesse regole e limiti appena visti per il pignoramento presso il datore di lavoro

(pignoramento di massimo 1/5 o 1/2 a seconda del numero di creditori, con gli ulteriori limiti per il pignoramento eseguito dal fisco).

Insomma, oggi non si perdono più tutti i risparmi, però il conto corrente resta pignorato anche dopo la data dell’udienza del giudice con cui dispone l’assegnazione delle somme.

Tutte le successive buste paga, infatti, saranno vincolate e arriveranno decurtate di un quinto.

Le stesse regole valgono per il pignoramento in banca della pensione.

Attenzione: affinché queste regole siano operanti è necessario che sul conto vi sia accreditato solo lo stipendio e non altre somme.

Chi invece fa confusione e sullo stesso rapporto versa compensi di altro genere (ad esempio i canoni che provengono da un appartamento in affitto) rientra nelle regole precedenti e il conto corrente può essere pignorato per intero.

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