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Perché Marte? Anzitutto perché è un rompicapo. Marte è l’oggetto cosmico più studiato, osservato e perlustrato del sistema solare. Con una conclusione però, allo stato, raccapricciante: il pianeta rosso presenta tutte le precondizioni della vita biologica – acqua, carbonio, azoto e ossigeno, contenuto nella sua flebile atmosfera – ma non una traccia, nemmeno elementare, di vita. Per la fisica non è semplice accettarlo. Essa ha una propensione: se determinate condizioni ambientali (anzitutto la presenza di acqua in forma liquida) di abitabilità e di composizione chimica sono presenti su altri pianeti, allora la vita biologica su altri pianeti dovrebbe, necessariamente, svilupparsi. Eppure Marte sembrerebbe smentire questa convinzione: la vita biologica non mostra tracce di evidenza. Un mistero. Risolvibile, forse, solo con l’esplorazione umana diretta del pianeta rosso e, anzitutto, con lo studio del suo sottosuolo, dove la vita biologica potrebbe essersi rintanata.

 

 

La seconda motivazione del perché Marte ci riguarda direttamente: il destino ambientale. Marte rappresenta un caso singolare: un’evoluzione inversa. Nella storia del pianeta pare che ci sia un passato originario di somiglianza alle condizioni terrestri. Poi qualcosa ha modificato le condizioni e determinato una regressione fino alla desertificazione, all’ossidazione e alla distruzione dei fattori di abitabilità. Cosa è stato quel qualcosa? E, soprattutto, potrebbe manifestarsi nel nostro futuro? Noi oggi sulla Terra siamo preoccupati del riscaldamento globale attribuito ai gas serra e alla CO2 antropica. E’ l’incubo di Venere. Ma stiamo, forse trascurando l’opposto:l’incubo di Marte. Il pianeta rosso si è spento per i motivi esattamente opposti a quelli temuti dal catastrofismo del global warming. Marte è inaridito, precludendo la vita (almeno sulla sua superfice) per le ragioni contrarie: raffreddamento, perdita di vapore acqueo in atmosfera, evanescenza dello scudo protettivo magnetico, assottigliamento dell’atmosfera ed esposizione all’azione distruttiva della radioattività (cosmica e solare). Se guardiamo dalle foto spaziali, quella sottilissima striscia blu, la nostra atmosfera di vapore acqueo, CO2, azoto e altri gas, ci rendiamo conto che di effetti serra, scudi protettivi (ozono) e campi magnetici ne abbiamo bisogno: il suolo di Marte è morto, biologicamente, della loro mancanza. Anche qui: sarà solo l’esplorazione umana diretta a fornire risposte definitive.

 

Una terza motivazione: il terraforming. Nel nostro destino c’è, obbligatoriamente, la riproduzione delle condizioni di abitabilità terrestri in altri ambienti cosmici. Per una serie variegata di ragioni siamo obbligati a ipotizzare la costruzione di colonie extraterrestri e terre di riserva. A provare, in altri ambienti cosmici, il terraforming. Per parecchie centinaia di anni, almeno la metà del Terzo millennio, il terraforming potrà riguardare solo l’interno del sistema solare. Per il problema delle distanze. La nostra tecnologia, basata sui segnali elettromagnetici e sui sistemi di propulsione convenzionali (chimici, elettrici, nucleari e ionici) non rendono ipotizzabile il viaggio interstellare e mete compatibili con la durata media di una vita umana. Anzi, di generazioni umane. Pensiamo: la sonda Voyager 1, lanciata nel 1977, è l’oggetto artificiale più veloce creato dall’uomo. Essa viaggia alla velocità fantastica, per le nostre abitudini terrestri, di 62 mila chilometri al secondo. Dopo 40 anni di viaggio, Voyager è appena giunta soltanto al confine del sistema solare, la nube di Oort. Dopo averlo attraversato, per circa ancora 30 anni, uscirà finalmente dall’eliopausa (il limite massimo di influenza del sole) e inizierà il vero viaggio interstellare. Raggiungerebbe (morirà prima) la stella più vicina, Alfa Centauri, solo dopo altri 70.000 anni. Non c’è verso: per alcuni secoli dobbiamo accontentarci. Solo Marte può provare il terraforming. Eppure il pianeta rosso rappresenta una sfida con elementi singolari di stranezza: Marte oppone, da sempre, una fiera resistenza al disvelamento dei suoi misteri. Oggi sappiamo molto (non tutto) della natura e delle caratteristiche del pianeta rosso. Ma è stato inquietantemente difficile.

 

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