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Si è tenuta presso la Corte d’assise di Palermo una nuova udienza del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, ed ancora una volta il presidente della Corte d’assise, Alfredo Montalto, si è reso protagonista.
Qualcuno di voi mi potrebbe chiedere: protagonista di cosa?
E no, cari amici, la domanda sarebbe mal posta, perché nel fisiologico svolgimento di un processo il giudice che presiede il Tribunale si dovrebbe far ammirare per la propria trasparenza, per il porsi al di sopra dell’accusa e della difesa senza manifestare protagonismi e senza, ovviamente, favorire l’una o l’altra parte del processo.
Invece il presidente Montalto ama vestire gli abiti del protagonista, della “primadonna” – absit iniuria, ovviamente – e quindi inevitabilmente le parti del processo diventano, quando c’è lui a presiedere, inevitabilmente ed irritualmente tre.
Già giorni addietro, dopo la precedente udienza, abbiamo avuto modo di rappresentare le nostre perplessità da giornalisti e da cittadini per la condotta del presidente Montalto.

Facciamo dunque un attimo mente locale alle “puntate” precedenti.

Uno dei processi più surreali della storia giudiziaria italiana è quello sulla presunta trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra (più nota come trattativa Stato-mafia), cioè secondo l’accusa una negoziazione tra importanti funzionari delle istituzioni italiane e rappresentanti di Cosa nostra portata avanti nel periodo successivo alla stagione delle stragi del ’92 e ’93 (ma secondo altre fonti già precedentemente) al fine di giungere a un accordo e quindi alla cessazione delle stragi.

In sintesi dunque, il fulcro ipotizzato dell’accordo sarebbe stato la fine della cosiddetta “stagione stragista”, in cambio di un’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis, grazie alle quali il pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone aveva condannato ad anni di cosiddetto carcere duro centinaia di criminali mafiosi. L’ipotesi è stata oggetto di lunghe indagini giudiziarie non ancora concluse, e di alcune inchieste giornalistiche.

Un processo che vede ancora imputati, tra gli altri, il generale in congedo dei Carabinieri Antonio Subranni, all’epoca dei fatti comandante del ROS, il generale in congedo dei Carabinieri Mario Mori, all’epoca delle accuse colonnello dell’Arma, ed il suo braccio destro al ROS, all’epoca capitano Giuseppe De Donno. I due ufficiali sono già stati peraltro assolti in primo grado dalla IV sez. penale del Tribunale di Palermo dall’accusa di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Sin dall’inizio quest’ultimo processo presso la Corte d’Assise di Palermo, presieduta dal giudice Alfredo Montalto, ha causato quell’amara sensazione di cui dicevo sopra, e cioè di quando percepisci “a pelle” che il giudice che sta giudicando alti ufficiali dei Carabinieri sia, quantomeno, un po’ prevenuto nei confronti degli imputati. Un presidente con una bilancia sbilanciata in maniera neanche troppo velata a favore delle parti civili, tra le quali l’immancabile e ormai inquietante – specialmente in Sicilia – associazione antimafia “Libera”, che ormai potrebbe tranquillamente trasformarsi in partito politico dell’estrema sinistra, visto che tra i suoi aderenti ha fior di parlamentari e leaders politici di quell’area politica, e che alle scorse elezioni politiche ha espresso direttamente sue candidature nella lista guidata dall’ex procuratore di Palermo Ingroia. Tutto torna.

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