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Negli anni Novanta era il capo della sezione Omicidi della squadra mobile, le sue inchieste con i magistrati siciliani dentro i misteri di Cosa nostra. Chi è l’investigatore adesso al centro di un caso sollevato dal capo della polizia, perché non avrebbe informato i superiori dell’indagine sul cyberspionaggio

Negli anni bui di Palermo, gli anni delle stragi di mafia, era il capo della sezione Omicidi della squadra mobile. Roberto Di Legami, il direttore della polizia postale che ha condotto con la procura di Roma l’ultima inchiesta sul cyberspionaggio, era il superpoliziotto che indagava sui misteri di Cosa nostra. Correvano gli anni Novanta. Con un gruppo di magistrati della procura, cercava di mettere insieme i tasselli di un puzzle che sembrava indecifrabile. Già allora, Roberto Di Legami aveva fama di investigatore attento e soprattutto fedelissimo alle direttive dell’autorità giudiziaria. “Sbirro” vecchia maniera, ma anche intellettuale di buone letture, nel suo ufficio alla Mobile esponeva con orgoglio un berretto dei carabinieri, era stato sottufficiale dell’Arma, e se qualche collega poliziotto storceva il naso lui rispondeva: “Io lavoro al servizio delle istituzioni”.

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