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L’Arma dei Carabinieri ha celebrato oggi in tutta la propria Patrona, la “Virgo Fidelis”

Celebrata in tutta Italia la “Virgo Fidelis”, patrona dell’Arma dei Carabinieri

La festa è iniziata questa mattina a Roma, con la deposizione al Sacrario dei Caduti del Museo Storico dell’Arma di una corona d’alloro.

Subito dopo, alla Legione Allievi Carabinieri è seguita una messa.

Nel pomeriggio, Tullio Del Sette, Comandante Generale dell’Arma ha raggiunto Incisa Scapaccino, dove presso il Santuario, il Presidente della CEI, Cardinal Bassetti, l’Ordinario Militare, Monsignor Marcianò, ed il Vescovo di Acqui, Mons. MICCHIARDI, hanno officiato la Santa Messa, alla presenza del pronipote dell’Eroe, il Maestro Marcello Rota.

Quest’ultimo chiamato a dirigere le musiche della celebrazione liturgica, eseguite dalla Fanfara del 3° Reggimento Carabinieri “Lombardia”.

L’Arma, con l’occasione di questa giornata ha celebrato anche la giornata dell’Orfano.

Ma il 21 Novembre è per i Carabinieri un giorno storico anche per un altro motivo: ricorre infatti l’anniversario della battaglia di Culqualber, combattuta in Abissinia (l’attuale Etiopia).

In quella battaglia il 1º Gruppo Mobilitato dei Carabinieri e il CCXL Battaglione Camicie Nere si immolarono quasi al completo con tale valore che ai pochi sopravvissuti gli avversari tributarono l’onore delle armi.

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Oltre a numerose menzioni e decorazioni individuali, per il comportamento tenuto dall’intero reparto alla bandiera dell’Arma dei Carabinieri è stata concessa una medaglia d’oro al valor militare.

Come sottolinea Gianni Oliva, «la battaglia di Culqualber fu l’atto finale della presenza italiana in Africa Orientale».

Il caposaldo, che comprendeva la sella di Culqualber ed era attraversato da una rotabile a tornanti, era il passaggio obbligato verso il ridotto centrale di Gondar, dove il generale Guglielmo Nasi si era arroccato dopo la caduta di Cheren e dell’Amba Alagi.

Nel mese di agosto la difesa fu rinforzata con il 1° Gruppo Carabinieri Mobilitato, articolato su due compagnie nazionali e una di zaptiè, che già aveva combattuto sulle alture di Blagir e dell’Incet Amba.

I carabinieri furono destinati (come si racconta nel pregevole volume I Carabinieri 1814-1980 curato dall’Ufficio Storico dell’Arma) a «occupare il “Costone dei Roccioni”, che si protendeva, con ciglioni a strapiombo, a ovest della rotabile verso Gondar, e il retrostante “Sperone del km 39”, il più avanzato a sud, dal lato di Dessiè-Debra Tabor.

In tal modo il Gruppo Carabinieri, col proprio comando al centro di raccordo degli opposti speroni, aveva un occhio sul fronte principale, a sud, e l’altro su quello di tergo, a nord».

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Per quattro mesi il contingente oppose resistenza all’avanzata inglese, «traendo dai burroni pesanti tronchi d’albero per rinforzare i ripari, sforacchiando la roccia e realizzando sul costone posti scoglio a feritoie multiple per assicurare continuità di fuoco su tutte le direzioni».

I combattimenti ebbero esiti alterni, con posizioni perdute e riconquistate a prezzo di gravi perdite, e con la pressante minaccia del taglio dei rifornimenti per la penetrazione avversaria fra le linee difensive.

L’esito si ebbe fra il 18 e il 21 novembre, quando l’aviazione inglese, con oltre cinquanta velivoli, prese d’assalto gli elementi difensivi del caposaldo: «prima bombardato, poi investito da nord e da sud da non meno di 20mila assalitori, il 1° Gruppo Carabinieri fu infine costretto a cedere, dopo aver lasciato sul campo innumerevoli vittime».

Alcuni superstiti si ritirarono a Gondar, contribuendo a un’estrema difesa conclusasi il 27 novembre successivo con la caduta del presidio, che segnò la fine della guerra in Africa Orientale. *

*fonte: Arma dei Carabinieri

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