POLIZIA DI STATO: forza di polizia dinamica e moderna a 36 anni dalla smilitarizzazione del 1 Aprile 1981 / LA STORIA

POLIZIA DI STATO, una forza di polizia civile, dinamica e moderna a 36 anni fa dalla smilitarizzazione

Quest’anno si celebrano 36 anni di quella lungimirante e coraggiosa riforma varata con la legge 121 del 1981 la quale, oltre a modernizzare e smilitarizzare l’apparato, ha riconosciuto i diritti sindacali agli uomini e alle donne poliziotto, rimuovendo così anche le evidenti discriminazioni di genere in seno al corpo.

Il clima politico e istituzionale in cui maturò la legge era particolarmente complesso, tutti ricorderanno i fenomeni legati al terrorismo interno e le contrapposizioni sociali e politiche di quegli anni. La riforma della Polizia, infatti, è stata dibattuta per anni, non solo tra i due rami del Parlamento, ma anche in seno agli organismi dei due grandi partiti di massa dell’epoca e delle confederazioni sindacali. L’obiettivo era di superare tutte le difficoltà e le diffidenze che emergevano, anche in virtù delle culture ideologiche dominanti, prima della caduta del muro di Berlino.

Era necessario dunque, convogliare e far convergere, la più vasta platea di consensi possibile, valicando i confini della maggioranza politica che governava il Paese, com’è giusto che si faccia quando si discutono le riforme istituzionali, le quali sono un bene e un patrimonio comune di tutti cittadini e non solo di una parte, oggi purtroppo prendiamo atto che non è così, il dibattito sulla riforma della giustizia ne è l’evidenza, ma non solo quella. Il confronto su questo tema e le naturali conseguenti correlazioni sistemiche, era molto teso tra la Democrazia Cristiana da un lato, che si preoccupava di non creare disparità tra le diverse forze di polizia, e l’area culturale e politica di riferimento del Partito Comunista Italiano molto più favorevole e progressista rispetto al miglioramento che si doveva compiere.

Il processo di democratizzazione delle forze di polizia richiedeva un nuovo ordinamento della sicurezza pubblica, in poche parole la visione era quella legata al passaggio: “no alla polizia del re, (ove il re simboleggia il potere), si ad una polizia al servizio dei cittadini”.

Le ragioni profonde della riforma erano dettate non solo dal disagio del proprio personale, ma dall’evidente esigenza di riorganizzare il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, al fine di adeguare la struttura e il funzionamento per contrastare in maniera adeguata, le nuove forme di criminalità che si erano radicalmente trasformate.

È noto a tutti quanto emerso dagli atti processuali in merito al legame di quegli anni, tra la malavita comune e organizzata e la dilagante criminalità politica, una miscela estremamente pericolosa per i cittadini e per lo Stato. Il progetto di riforma doveva rispondere a queste esigenze e con il più largo consenso possibile, anche rispetto alla scelta da compiere sulla natura dello “status civile” degli appartenenti alla pubblica sicurezza, modello che già era in vigore nella maggior parte dei Paesi a democrazia avanzata. La natura giuridica dello status civile, naturalmente, rendeva conseguente il riconoscimento di diritti sindacali e politici al personale, nei limiti dettati dalla peculiare ed esclusiva delicatezza delle funzioni e dei poteri, che ai poliziotti sono attribuite.

Andava dunque sanata, anche la questione del riordinamento del personale, per l’anomalia della coesistenza di militari e civili (Commissari e Ufficiali ) nell’ambito della stessa amministrazione.

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