Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito, Pietro Morici

Mario D’Aleo, l’Appuntato Giuseppe Bommarito, Pietro MoriciPER NON DIMENTICARE.

La storia di tre Carabinieri uccisi il 13 Giugno 1983 a Palermo: Il Capitano Mario D’Aleo, 29 anni, l’Appuntato Giuseppe Bommarito, 39 anni, e l’autista Pietro Morici, 27 anni.
Tutti e 3 sono stati insigniti della Medaglia D’oro al Valor Civile.

DALLA SENTENZA DEL 16 NOVEMBRE 2001 PER L’OMICIDIO D’ALEO, BOMMARITO E MORICI:

“… il Capitano Mario D’Aleo era subentrato, nel comando della Compagnia dei CC. Monreale, al Capitano Emanuele Basile che era stato ucciso da Cosa Nostra il 4.5.1980.
Fin dal momento del suo insediamento, il Capitano D’Aleo aveva proseguito, con lo stesso zelo, l’attività di polizia giudiziaria del suo predecessore, volta a contrastare gli interessi mafiosi nel territorio ove imperversava la potente cosca di San Giuseppe Jato, comandata da Brusca Bernardo ed avente come referente, a Monreale, Damiani Salvatore. L’ufficiale aveva, pertanto, avviato una serie di indagini indirizzate a colpire le iniziative economiche riferibili ai suddetti esponenti mafiosi ed alla cattura dei latitanti che si nascondevano nella zona, fra i quali lo stesso Brusca Bernardo, avvalendosi a tal fine anche della collaborazione dell’Appuntato Bommarito, il quale aveva già operato a fianco del Capitano Basile. L’Appuntato Bommarito, con il Capitano Basile, si era occupato di penetranti indagini nei confronti di Damiani Salvatore, nel corso delle quali i militari avevano sorpreso il boss mentre teneva una riunione con altri soggetti ritenuti appartenenti ad associazione mafiosa e ne era scaturito un conflitto a fuoco. E tali precedenti avevano indotto il Capitano D’Aleo a ritenere che il Damiani fosse coinvolto, quale mandante, nell’omicidio del suo predecessore; sicché l’ufficiale non aveva mai distolto la sua attenzione su quel boss, sottoponendolo fra l’altro ad un fermo in quanto indiziato di essere coinvolto in alcuni episodi di “lupara bianca” verificatisi nell’82 e proponendolo per l’applicazione della misura di prevenzione, sia personale che patrimoniale.
Contemporaneamente, il Capitano D’Aleo si era attivato, anche mediante una serie di perquisizioni, al fine rintracciare il latitante Bernardo Brusca.”

“… Il Capitano D’Aleo, al pari del suo predecessore, non si era limitato a ricercare quei pericolosi latitanti mediante un’azione pressante anche nei confronti dei loro familiari (come il giovane Brusca Giovanni), ma aveva sviluppato indagini dirette a colpire i ramificati interessi mafiosi nella zona.
Nel portare avanti quest’attività, anche tramite fermi ed arresti, l’Ufficiale aveva dimostrato pubblicamente di volere compiere il suo dovere, senza farsi condizionare dal potere mafioso acquisito dai boss e dal pericolo delle loro ritorsioni.”

“…. Alla stregua di quanto fin qui rilevato, può dunque affermarsi che l’omicidio del Capitano D’Aleo e degli altri due militari che lo accompagnavano, è da ascriversi a Cosa Nostra. Si volle così fermare l’azione di un coraggioso Carabiniere che avrebbe potuto ledere gli interessi ed il prestigio del sodalizio nel territorio del mandamento di San Giuseppe Jato, in quel periodo divenuto uno dei più importanti di Cosa Nostra. Addirittura, il Capitano D’Aleo stava mettendo in pericolo la latitanza di due boss del calibro di Bernardo Brusca e Riina Salvatore.”

Medaglia d’oro al merito civile
«Comandante di Compagnia Carabinieri operante in zona ad alto indice di criminalità organizzata, pur consapevole dei gravi rischi cui si esponeva, con elevato senso del dovere e sprezzo del pericolo svolgeva tenacemente opera intesa a contrastare la sfida sempre più minacciosa delle organizzazioni mafiose. Barbaramente trucidato in un proditorio agguato tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua giovane vita in difesa dello Stato e delle istituzioni.» — Palermo, 13 giugno 1983