Danni collaterali (quarta parte)

art004Siamo giunti alla 4° parte della nostra inchiesta.
“Danni Collaterali” si ferma qui. Si ferma, ma non finisce.
Quello che abbiamo deciso di affrontare è un argomento molto complicato, delicato e spinoso. E l’atteggiamento con cui lo abbiamo affrontato rispecchia questa consapevolezza. Non abbiamo preteso di svelare verità assolute. Il nostro intento, infatti, era quello di fornire spunti di riflessione e dar conto di importantissimi risvolti che sull’argomento si stanno facendo strada.
Come tutti coloro che si sono occupati di questo argomento, anche noi abbiamo ricevuto spiacevoli ma chiari “inviti” a “non ficcare il naso” nella questione. Interessi economici? Lobby che si sentono minacciate? O più semplicemente la risposta di qualcuno che sulla pelle dei militari malati ha costruito un redditizio business, che deve rimanere appannaggio esclusivo di alcune organizzazioni?
Non lo sappiamo.
Nonostante ciò, noi continueremo a seguire questa vicenda. Una vicenda in continua e rapida evoluzione. A breve, per esempio, la Commissione parlamentare d’inchiesta pubblicherà la sua relazione di fine legislatura. Che, a quanto pare, conterrà importanti novità.
Ve ne daremo conto.
Perché, a differenza di altri, siamo convinti che nessun interesse o potere economico valga più della vita dei nostri ragazzi.
Buona lettura,
la redazione.

DANNI COLLATERALI – 4° PARTE
La difesa della Difesa.

Confusa, incerta, a volte contraddittoria. Così è stata ed è la difesa del ministero della Difesa, e di tutto il mondo militare, chiamati a dare spiegazioni sulla forte incidenza delle neoplasie che hanno colpito e continuano a colpire giovani in uniforme.
La risposta “formale” è stata affidata al gen. Federico Marmo, Capo Ufficio Generale della Sanità Militare, audito in commissione parlamentare d’inchiesta lo scorso 14 novembre proprio sul tema delle vaccinazioni.
Solo sotto l’incalzare delle domande dei senatori, il gen. Marmo, quel giorno, è passato da un’illustrazione generale molto elogiativa ma poco funzionale allo scopo dell’indagine, del sistema della sanità militare a quello più specifico delle modalità di somministrazione dei vaccini ai militari.
“Malpractice”, cattive pratiche, è la chiave della risposta del generale che, dopo aver premesso che se alcuni casi sono venuti a sua conoscenza è stato solo per sua personale curiosità scientifica, dato che il suo Ufficio non è tenuto a monitorare, ha ammesso che qualche “errorino” è possibile che si sia verificato. Errorini, perché i casi di errore nella somministrazione di vaccini giunte alla sua conoscenza sono “poche decine”. Ma attenzione, ammonisce, a non generalizzare. Perché si corre il rischio di “diffamare”, cioè gettare fango su un’istituzione che si pone invece come priorità “la salute dei suoi uomini”.
Insomma, sarebbe stata sì la disattenzione e la negligenza di “qualche” medico militare, ma si tratta comunque di una dimensione infinitesima rispetto alle cifre delle vaccinazioni che vengono somministrate.
E comunque, sempre secondo il Capo Ufficio generale della Sanità Militare “non esistono evidenze epidemiologiche che indichino una maggiore incidenza di neoplasie nella popolazione militare rispetto alle pari fasce di età della popolazione civile”.
Fatto sta che non esistono dati certi sui militari malati. Anche perché molti di loro si sono ammalti dopo essere stati congedati. E questi non rientrano nelle statistiche. Non rientrano quindi in quei 4121 militari che si sono ammalati (di cui 778 hanno svolto missioni fuori dei confini nazionali e 3343 mai impiegati all’estero) secondo i dati forniti dall’Osservatorio Epidemiologico della Difesa relativamente al periodo 1991 – 2012.
Fatto sta che i militari che si ammalano spesso vengono lasciati soli, congedati e solo in pochissimi casi viene loro riconosciuta la causa di servizio.
Fatto sta che nel 2010 è stato emesso un bando dal ministero della Difesa per accertare la dannosità dei vaccini.
Fatto sta che, ed è forse la questione ancora aperta più spinosa, i militari non possono sottrarsi alle vaccinazioni, pena, come minimo, l’apertura di un provvedimento disciplinare. Ne sa qualcosa il maresciallo dell’aeronautica Luigi Sanna che ha appena visto l’archiviazione delle indagini a suo carico. La sua colpa? Aver chiesto spiegazioni in merito a un ciclo vaccinale (8 in 28 giorni) per la partecipazione a una missione. Neppure all’estero, bensì su territorio nazionale. Dopo essersi rifiutato di firmare la dichiarazione di consenso informato, era stato incriminato per il reato di disobbedienza aggravata e rischiava fino ad un anno di carcere. Il decreto di archiviazione, tuttavia, si guarda bene dal creare un possibile precedente. “La decisione dei giudici – dichiara l’avvocato Giorgio Carta, difensore di Luigi Sanna assieme all’avvocato Gabriella Casula – è quanto meno pilatesca e soddisfa solo in parte le aspettative che avevamo risposto sul procedimento”. Per quale motivo? Perché non riconosce per i militari la validità dell’art.32 della Costituzione (divieto di sottoporre qualcuno a un trattamento sanitario contro la sua volontà). E così, Sanna, è stato prosciolto perché secondo i giudici non avrebbe percepito come un ordine la firma del consenso informato, e quindi, la somministrazione dei vaccini.
In conclusione, la difesa della Difesa appare quindi piuttosto debole. Fino a far sorgere la domanda se ci sia reale responsabilità diretta. O se piuttosto non sia colpa veramente di negligenza figlia della disorganizzazione e della mancanza di mezzi (soprattutto economici) per un reale e approfondito monitoraggio. O se, ancora peggio, anche i militari non siano rimasti vittime di interessi più grandi di loro.
Fine.
1° parte:
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2° parte:
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3° parte:
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