Sansonetti: “Pignatone non indaghi su Cortese”. Ma bisogna riformare il codice.

SOS1306047(di Angelo Jannone)

Il caso Kazako si complica. Secondo il Corriere della Sera di sabato scorso, con un articolo a firma di Fiorenza Sarzanini, il presidente del Tribunale di Roma avrebbe chiesto al Procuratore Giuseppe Pignatone, di indagare sulla squadra mobile della capitale, diretta da Renato Cortese, per eventuali “irregolarita’” commesse nella gestione della vicenda.
Le ragioni – sulle quali non ci soffermeremo – attengono ad una corrispondenza intercorsa con la Procura relativa alla identificazione ed all’espulsione, della moglie e della bimba del dissidente Kazano Mukhtar Ablyazov.
Il Direttore di Calabria Ora, Piero Sansonetti, con un editoriale di domenica scorsa, e’ ritornato sul tema ricordando i rapporti esistenti tra il Procuratore ed il dirigente della mobile Renato Cortese. Entrambi prima a Palermo, entrambi poi a Reggio Calabria, entrambi quindi a Roma. Entrambi accusati dal pentito, pentitosi di essersi pentito, Nino Lo Giudice, di aver esercitato pressioni affinché accusasse falsamente altri magistrati, tra cui l’ex Procuratore Aggiunto Nazionale Antimafia, Alberto Cisterna.
Una vicenda, quest’ultima, ancora dai contorni oscuri, in quanto, se è vero che è servita a mettere fuori combattimento un magistrato in gran carriera e unanimemente stimato come Alberto Cisterna, nonostante l’archiviazione del caso, appare quanto mai anomalo il passo indietro così netto e brusco di Lo Giudice. Ispirato da chi? Guerra palermitana? O interregionale?

piero-sansonettiSansonetti conclude il suo editoriale auspicando che il procuratore Pignatone si spogli della competenza e trasmetta gli atti ad altra Procura, quella di Perugia.
Ma Sansonetti dimentica che le attuali norme che regolano la competenza per i reati commessi dalla polizia giudiziaria, ossia polizia, carabinieri e guardia di finanza in primis, non prevedono una competenza diversa da quella della Procura e del Tribunale ove si sarebbe consumato il reato.
Ed eventuali reati connessi con la funzione, solitamente sono commessi dove si presta servizio.
Il problema c’è e può essere visto sotto un duplice aspetto. Perché, se vero che in casi come questo può essere sollevato il dubbio di un atteggiamento, diciamo, benevolo da parte della Procura, è altrettanto vero il contrario. Ossia: come può un poliziotto o un carabiniere indagare liberamente su un magistrato del luogo senza il timore di ritorsioni?
In gioco c’è il corretto meccanismo di pesi e contrappesi che dovrebbe caratterizzare una democrazia moderna.
Lo stesso dicasi per i giornalisti della cosidetta “giudiziaria”, i più assidui frequentatori di Procure e Tribunali. Come possono essere liberi ed indipendenti di criticare l’operato delle toghe se al primo passo falso sono quelle stesse toghe ad indagare su di essi?
Per cui succede che giornalisti “amici” delle Procure fruiranno di una “protezione”, una sorta di immunità di fatto in caso, ad esempio di diffamazione a mezzo stampa.
I coraggiosi sono destinati a soccombere.
Allora, l’auspicio di Sansonetti deve trovare risposta solo in uno dei tanti nodi della Giustizia: la riforma delle regole sulla competenza. Per giornalisti e polizia giudiziaria più indipendenti e “liberi” la competenza per i reati connessi alla funzione, deve essere disciplinata con i criteri di quella normicina che gli addetti ai lavori ben conoscono e si chiama articolo 11 del codice di procedura penale. Quella norma che, per il momento, riguarda solo e unicamente le ipotesi di indagini a carico delle toghe.