Siria, il Papa scrive a Putin al G20: stop massacro, no guerra

papa2Città del Vaticano, 5 set. (TMNews) – A causa della fama ormai solida che circonda la dimestichezza di Jorge Mario Bergoglio con il telefono, forse, in mattinata si diffonde addirittura la notizia che il Papa ha chiamato il rais siriano Bashar al Assad. A lanciarla è il quotidiano argentino “Clarin” per la firma di Sergio Rubin, un giornalista che conosce così bene il Papa da averlo intervistato quando era arcivescovo di Buenos Aires in un libro-autobiografia divenuto best-seller dopo l’elezione al soglio pontificio. Il cronista, in realtà, si limita a scrivere che il Pontefice avrebbe “comunicato” nelle ultime ore con il presidente siriano per chiedergli di fermare la “repressione dei ribelli” e “adottare un atteggiamento più conciliante”. La notizia, ad ogni modo, fa in breve il giro del mondo, sembra quasi prefigurare, al di là delle intenzioni di chi l’ha scritta, un rapporto preferenziale della Santa Sede con Assad. Poi il portavoce vaticano, il gesuita Federico Lombardi, blocca le speculazioni e smentisce “categoricamente” la notizia: “Stamattina ho ricevuto decine di telefonate da giornalisti che mi chiedevano conferma della notizia, sono andato dal Papa gli ho chiesto se aveva telefonato ad Assad e mi ha risposto che non era assolutamente vero”. Punto. La linea diretta tra Damasco e il Palazzo apostolico, dunque, non c’è. Ma la eco che ha accolto questa ipotesi (oltre alla possibilità, non smentita da Lombardi, che i canali diplomatici bilaterali siano attivi) rivela sia quanto il Vaticano sia tornato, con Papa Bergoglio, a giocare un ruolo da protagonista nella geopolitica mondiale, sia il ruolo di mediazione “non allineata” che il Pontefice argentino ha ritagliato per la Santa Sede alla prima crisi internazionale del suo pontificato.

Una comunicazione, in effetti, c’è stata. Non con Assad, e non via telefono, ma con una lettera che il Papa ha scritto al presidente russo Vladimir Putin in occasione del G20 di San Pietroburgo. “Purtroppo, duole costatare che troppi interessi di parte hanno prevalso da quando è iniziato il conflitto siriano, impedendo di trovare una soluzione che evitasse l’inutile massacro a cui stiamo assistendo”, scrive il Papa. “I leader degli Stati del G20 non rimangano inerti di fronte ai drammi che vive già da troppo tempo la cara popolazione siriana e che rischiano di portare nuove sofferenze ad una regione tanto provata e bisognosa di pace. A tutti loro, e a ciascuno di loro, rivolgo un sentito appello perché aiutino a trovare vie per superare le diverse contrapposizioni e abbandonino ogni vana pretesa di una soluzione militare. Ci sia, piuttosto, un nuovo impegno a perseguire, con coraggio e determinazione, una soluzione pacifica attraverso il dialogo e il negoziato tra le parti interessate con il sostegno concorde della comunità internazionale”.

Il Papa, dunque, critica tanto “l’inutile massacro” in corso (Assad) quanto la “vana pretesa di una soluzione militare” (Obama). “Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!”, aveva detto all’Angelus di domenica scorsa. Se con il ‘no’ all’intervento militare Bergoglio si trova in sintonia con Russia, Cina e Iran (interlocutori importanti del Vaticano anche per la sua agenda ecclesiale), stigmatizzando il massacro “a cui stiamo assistendo” prende nettamente le distanze dal regime siriano preso di mira da Washington. Una posizione autonoma, in un mondo multi-polare, che il ministro degli Esteri della Santa Sede, monsignor Dominique Mamberti, ha articolato stamane in un briefing in Vaticano con gli ambasciatori accreditati presso il Palazzo apostolico (71 su 179, ossia quasi tutti i diplomatici residenti a Roma oltre al rappresentante degli Emirati arabi). Il prelato corso, affiancato dal suo vice mons. Antoine Camilleri, ha ribadito l’invito del Papa ad una giornata di digiuno per la pace in Siria e nel Medio Oriente, sabato prossimo, che si concluderà con una veglia di preghiera in piazza San Pietro dalle 19 alle 23. Papa Francesco pronuncerà una meditazione attorno alle 20:30.

Spiegando la posizione della Santa Sede sulla Siria, Mamberti ha dapprima sottolineato l'”orrore” e la “preoccupazione” che hanno suscitato “nell’opinione pubblica mondiale” le “conseguenze del possibile impiego di armi chimiche” (“Davanti a fatti simili – ha detto – non si può tacere, e la Santa Sede auspica che le istituzioni competenti facciano chiarezza e che i responsabili rendano conto alla giustizia”). Poi ha chiarito che, nell’attuale frangente, “si rivela assolutamente prioritario far cessare la violenza, che continua a seminare morte e distruzione e che rischia di coinvolgere non solo gli altri Paesi della Regione, ma anche di avere conseguenze imprevedibili in varie parti del mondo”. Infine, tratteggiando una sorta di ‘road map’ per uscire dalla crisi (un “eventuale piano per il futuro della Siria”), ha elencato i “principi” che stanno a cuore al Papa: “adoperarsi per il ripristino del dialogo fra le parti e per la riconciliazione del popolo siriano”, “preservare l’unità del Paese, evitando la costituzione di zone diverse per le varie componenti della società”, “garantire, accanto all’unità del Paese anche la sua integrità territoriale”. E poi, ancora, “offrire garanzie che nella Siria di domani ci sarà posto per tutti, anche e in particolare per le minoranze, inclusi i cristiani”, rispettare i diritti umani “e, in particolare, quello della libertà religiosa”. Inoltre, “tenere come riferimento il concetto di cittadinanza, in base al quale tutti, indipendentemente dall’appartenenza etnica e religiosa, sono alla stessa stregua cittadini di pari dignità, con eguali diritti e doveri, liberi – ha proseguito citando un discorso di Benedetto XVI – ‘di professare pubblicamente la propria religione e di contribuire al bene comune'”. Infine, “è causa di particolare preoccupazione la presenza crescente in Siria di gruppi estremisti, spesso provenienti da altri Paesi. Da qui la rilevanza di esortare la popolazione e anche i gruppi di opposizione a prendere le distanze da tali estremisti, di isolarli e di opporsi apertamente e chiaramente al terrorismo”.

Una posizione articolata, “non allineata” in un mondo multi-polare, autonoma. Rivendicata dalla Santa Sede – consapevole di non avere “divisioni armate”, come diceva Stalin, ma un ruolo di moral suasion – anche in ragione della delicata situazione dei cristiani del Medio Oriente, divenuti ormai minoritari nelle terre dove nacque il cristianesimo. Negli ultimi anni la posizione della galassia ecclesiale non è stata unanime. Se la Santa Sede, nonché diversi religiosi e intellettuali, hanno guardato con una certa simpatia alle primavere arabe e alla prospettiva di un’evoluzione democratica del Maghreb e dell’area mediorientale, i patriarchi delle Chiese locali, garantiti dai regimi dittatoriali degli anni scorsi (compreso quello siriano), hanno invece registrato con crescente preoccupazione la deriva islamista delle proteste. Una contraddizione che, emersa già con la guerra in Iraq, si è rafforzata con le rivolte degli anni scorsi e sta precipitando con la crisi siriana. Tanto da prospettare una drammatica alternativa tra un’alleanza spericolata con le dittature e il rischio di un’estinzione demografica. E da rendere sempre più centrale il nodo del rapporto con l’islam. Tutti temi che Papa Bergoglio tiene a mente quando, nel nome della pace mondiale, tenta una mediazione tra le potenze mondiali.

Int2