Mafia: 23 anni fa ucciso Rosario Livatino, il giudice ‘beato’

SOS1307483Palermo, 21 settembre 2013 – E’ stato ucciso 23 anni fa, senza pieta’, da un commando mafioso. Erano passate da poco le 8.30 quella mattina del 21 settembre 1990. Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, a bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicatti’, dove abitava, si stava recando al tribunale di Agrigento.

Oggi il magistrato, di cui e’ in corso il processo di beatificazione, viene ricordato in provincia di Agrigento. Il giudice stava percorrendo i duecento metri del viadotto San Benedetto, a tre chilometri dalla citta’ dei templi, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo ha affiancato costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari sparano numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino tenta una disperata fuga, ma viene bloccato. Sceso da mezzo, cerca scampo nella scarpata sottostante, ma viene finito con una scarica di colpi.

Sul posto arrivano i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l’allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala Paolo Borsellino. Per la morte di Rosario Livatino sono stati individuati i componenti del commando omicida e i mandanti, tutti condannati all’ergastolo. Secondo la sentenza, e’ stato ucciso perche’ “perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attivita’ criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioe’ una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che e’ poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia”. Nella sua attivita’ si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la ‘Tangentopoli siciliana’ e aveva colpito duramente la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni.

Giovanni Paolo II, pensava anche al magistrato, che una volta defini’ “martire della giustizia e indirettamente della fede”, quando da Agrigento il 9 maggio del 1993 lancio’ il suo anatema contro i mafiosi. La storia di Livatino e’ stata raccontata da Nando dalla Chiesa nel libro “Il giudice ragazzino”, titolo che riprende la definizione di Francesco Cossiga. “Livatino e la sua storia – scrive Dalla Chiesa – sono uno specchio pubblico per un’intera societa’ e la sua morte, piu’ che essere un documento d’accusa contro la mafia, finisce per essere un silenzioso, terribile documento d’accusa contro il complessivo regime della corruzione”.