Addio Vincenzoni, sceneggiatore che piaceva a Hollywood

Il-buono-il-brutto-il-cattivo-Roma, 22 settembre –  Pochi esponenti del cinema italiano come Luciano Vincenzoni, morto stanotte a Roma all’eta’ di 87 anni (era nato a Treviso il 7 marzo 1926), hanno avuto onore e gloria oltre oceano, in quella Hollywood che per molti anni lo adotto’, offrendogli l’onore di farlo membro onorario del potentissimo sindacato americano degli scrittori. E pochi sceneggiatori italiani hanno saputo come lui distillare l’originalita’ delle idee, la precisione dell’osservazione, la fantasia visionaria fino a mettere a segno quasi tutte le sue idee narrative trasformandole in film che hanno fatto la storia: “Il ferroviere” , “Sedotta e abbandonata” di Pietro Germi, “Per qualche dollaro in piu'” e “Il buono il brutto il cattivo” di Sergio Leone, “Il gobbo” e “La vita agra” di Carlo Lizzani, fino a “Malena” di Giuseppe Tornatore. Vincenzoni amava lavorare in gruppo, si ascriveva soprattutto il merito delle idee, si consacrava anima e corpo a una fantasia galoppante che spesso mal sopportava le lungaggini del sistema-cinema, tanto da farsi la nomea di un cattivo carattere, punteggiato da epiche risse con personaggi del calibro di Germi, Leone, De Laurentiis, mentre in verita’ era un uomo buono e schietto. “E’ vero – diceva – sono un impaziente perche’ non sopporto la stupidita’ e le perdite di tempo. Ho un cervello prensile e sintetico. Forse sono solo un nevrotico e se avessi preso qualche pillola in piu’ avrei vissuto meglio ma inventato di meno”. Sul suo tavolo resta oggi, tra tanti incompiuti, il progetto di un film a quattro mani scritto con il conterraneo Rodolfo Sonego. “E’ una commedia, dovevamo produrlo insieme, ma poi lui se n’e’ andato e resta qui a prender polvere questa bella storia che ci ha molto divertito”. Luciano Vincenzoni aveva studiato legge. Dopo i primi anni a Padova, ammalato di cinema, aveva avuto l’aiuto di due amici di famiglia per trasferirsi a Roma e iscriversi all’universita’. Ma ben presto gli incontri con i “cervelli” della cultura italiana del dopoguerra (da Parise a Flaiano, da Germi a Fabrizi) lo avevano portato dalle parti di Cinecitta’. Fece i primi soldi vendendo il soggetto di “Hanno rubato un tram” ad Aldo Fabrizi nel 1954 che poi affido’ la sceneggiatura ad Alfredo Giannetti. E fu costui a proporlo a Pietro Germi cui Vincenzoni porto’ in dote la storia de “Il ferroviere”. Era l’inizio di un sodalizio fortunato, punteggiato da rotture e riappacificazioni: dopo la piu’ importante litigata i due divennero addirittura soci per mettere in cantiere il progetto di “Signore & Signori”. Nel frattempo pero’ Vincenzoni si era costruito una solida fama di professionista scrupoloso, molto apprezzata da Dino De Laurentiis che lo mise sotto contratto in esclusiva per quattro anni ed ebbe in cambio, tra l’altro, la storia originale de “La grande guerra”. Il sodalizio inoltre gli spalanco’ le porte degli studios americani. Qui Luciano, ribattezzato lo “script doctor”, mise radici e comincio’ ad avere la fiducia dei capi della United Artists. Anche grazie a quelle amicizie convinse lo Studio a distribuire in America “Per qualche dollaro in piu'” (a cui lavorava con Age&Scarpelli). Ed e’ proprio dall’esperienza della “Grande guerra”, riscritta in chiave americana per un soggetto dal titolo “Due magnifici straccioni” che nacque il copione di “Il buono il brutto il cattivo”, un titolo di cui Vincenzoni ebbe il copyright e che lo fece milionario. In seguito, a cavallo tra Hollywood e Cinecitta’, ha lavorato con moltissimi registi, con una speciale predilezione per Carlo Lizzani e Giuliano Montaldo. Firmo’ commedie (“Piedone lo sbirro”, “Casablanca Casablanca”, “Il conte Tacchia”) drammi storici (“I paladini”), tragedie realiste come lo sfortunato “La cuccagna” di Luciano Salce e il molto autobiografico “Libera amore mio” di Bolognini), film d’avanguardia come “Un tranquillo posto in campagna” di Elio Petri. E’ stato un protagonista del miglior cinema italiano dopo il neorealismo, ma mai per una volta cedette alla tentazione di passare dietro la macchina da presa. “Me lo hanno proposto un paio di volte con insistenza, anche gli americani ai tempi di ‘Giu’ la testa’ e in seguito. Ma per fare il regista bisogna essere soprattutto pazienti. E io manderei tutti a quel paese dopo un solo giorno”. Tra i suoi estimatori c’e’ Quentin Tarantino, “ma non so se dopo aver fatto un western ha voglia di farne un altro e non sono sicuro di avere nel cassetto una storia buona per lui”. (ANSA).