Così si continua a strumentalizzare il povero Borsellino

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Sull’edizione dello scorso 20 settembre del “Venerdì di repubblica”, in un articolo dal titolo “Quel patto scellerato”, il giornalista Enrico Deaglio, tra le altre cose, scrive questo:

«Paolo Borsellino, poco prima della sua uccisione nel 1992, dichiarò pubblicamente di essere a conoscenza di un patto che legava Berlusconi e Dell’Utri a Cosa Nostra e di un imponente traffico di droga e riciclaggio di denaro tra Palermo e Milano. Peccato che dopo la sua morte, nessun magistrato, né a Palermo, né a Milano, abbia immediatamente seguito quella pista investigativa. Loro furono distratti, lui molto fortunato»

Ora: che Paolo Borsellino abbia dichiarato pubblicamente di essere a conoscenza di un patto che legava Berlusconi e Dell’Utri a Cosa Nostra, per dirla come Noschese in una famosa imitazione del giornalista Mario Pastore, non è vero.  Anzi, è falso, non è mai accaduto. Quindi, a maggior ragione, non può che essere falsa la circostanza che egli potesse considerare una  pista investigativa  qualcosa di cui affermava in modo esplicito di non sapere nulla.  Così come non risulta da nessuna parte che egli, poco prima di morire, seguisse una pista investigativa relativa ad “un imponente traffico di droga e riciclaggio di denaro tra Palermo e Milano”.

Pertanto,  in conclusione, se di tale pista investigativa Borsellino dimostrava, come vedremo fra poco, di non sapere nulla, non si vede come potrebbe essere “un peccato che dopo la sua morte, nessun magistrato, né a Palermo, né a Milano, abbia immediatamente seguito quella pista investigativa” . Per non parlare poi del fatto che anche quest’ultima considerazione contiene un solare errore storico, perché negli anni successivi alle stragi, di magistrati che si impegnarono sulla pista di un presunto patto che avrebbe legato Berlusconi e Dell’Utri a Cosa Nostra, ce ne furono eccome, basti pensare all’inchiesta di Caltanissetta sui mandanti  “Alfa e Beta”, o allo stesso processo Dell’Utri per concorso esterno.

Per capire esattamente come nel mondo dell’informazione si possano generare simili corto-circuiti, bisogna fare un passo indietro e tornare alla famosa intervista rilasciata da Paolo Borsellino a due signori scesi a bella posta dalla Francia con microfoni e telecamere  il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci, perché è certamente a quella che Deaglio fa riferimento.

In quell’intervista, il pubblicista francese Fabrizio Calvi ad un certo punto domanda al magistrato:

CALVI:  Lei in quanto uomo, non più in quanto giudice, come giudica la fusione che si opera, che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconì o Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?  

BORSELLINO:  Beh, A PRESCINDERE DA OGNI RIFERIMENTO PERSONALE, PERCHÉ RIPETO CON RIFERIMENTO A QUESTI NOMINATIVI CHE LEI FA, CHE LEI HA FATTO,  IO NON HO PERSONALI ELEMENTI TALI DA POTER ESPRIMERE OPINIONI, MA CONSIDERANDO LA FACCENDA NEL SUO ATTEGGIARSI GENERALE  : allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli anni 70, sino all’inizio degli anni settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili, dall’inizio degli anni Settanta in poi, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali,.. contestualmente cosa nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare degli investimenti leciti o paraleciti come noi li chiamiamo, di capitali. Naturalmente per questa ragione, cominciò a seguire vie parallele, e talvolta tangenziali all’industria operante anche nel nord, della quale, in certo qual modo… alla quale in certo qual modo si avvicinò per potere utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali al fine di far fruttare questi capitali dei quali si era trovata in possesso.

 

Ecco, questo il testo originale, questi i fatti. Il francese Calvi pone una domanda in termini generali sulle attività imprenditoriali della mafia (Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?), cercando però di associare questa in qualche modo ai nomi di Berlusconi e Dell’Utri, ma Borsellino non cade nel trabocchetto, e premette subito di voler prescindere da quei nomi, non avendo egli, su di essi, elementi tali da poter esprimere opinioni, circostanza che chiarisce subito in modo esplicito. Invece, nel seguito, Borsellino dipinge un ovvio quadro “nel suo atteggiarsi generale” sulle iniziative di Cosa Nostra per riciclare i propri denari, vale a dire nel mondo “legale” delle imprese (ma non c’era bisogno di lui per dipingerlo, quel quadro, nel 92, perché era cosa nota).  Quindi nessuna pista investigativa, ma solo il generico inquadramento storico di un fenomeno in diffusione da circa vent’anni.

Per capire come tutto questo possa essere invece diventata, per la penna di Deaglio, persino una dichiarazione pubblica di conoscenza, da parte di Borsellino, di un patto che legava Berlusconi e Dell’Utri a Cosa Nostra, bisogna andare ad una versione manipolata di quell’intervista, trasmessa da RAINEWS24 nel 2000, e diventata famosa nel 2001 per la eco fatta risuonare, sia alla RAI-TV che sul suo libro “L’odore dei soldi”, da Marco Travaglio.

In quella versione, della quale persino nella sentenza di primo grado del processo Dell’Utri si può leggere che secondo i giudici, rispetto all’originale,  “aveva subito, invece, evidenti manipolazioni”, le carte vengono cambiate in tavola, mediante alcune alterazioni luciferine realizzate in fase di post-produzione (ovviamente postume).  La domanda del giornalista, viene sostituita con altra domanda, probabilmente registrata in studio dallo stesso Calvi  dopo la morte di Borsellino e quindi neppure mai ascoltata dal giudice. Come nel gioco dei tre bicchierini.  Ecco la nuova, inedita, domanda, della versione manipolata: “

CALVI: “Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano?”

 

Pertanto l’ascoltatore, nell’udire il giudice, dopo un’esplicita sollecitazione a spiegare la “stranezza” del rapporto fra Berlusconi, Dell’Utri e Mangano, relazionare in argomento al riciclaggio dei capitali di Cosa Nostra, rimane vittima dell’illusione che Borsellino abbia voluto motivare con quel tipo di attività la natura del rapporto in essere fra i tre soggetti, ed affinchè ciò potesse avvenire senza imperfezioni, a supporto della logica imposta dalla domanda posticcia, nella manipolazione furono ovviamente tagliate di netto le parole del magistrato con cui egli dichiarava di non avere elementi sui nominativi di Berlusconi e dell’Utri,  elementi che potessero consentirgli di esprimere neppure un’opinione su di loro.

Ma non solo. Anche la frase “allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli anni 70, sino all’inizio degli anni settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili.” viene tagliata nel montaggio, e quelle che a quel punto dovrebbero diventare le parole iniziali della risposta del giudice, vale a dire  quel “dall’inizio degli anni 70 in poi, Cosa Nostra…” vengono limate in testa ed in coda con un fine lavoro di laboratorio, per diventare semplicemente “all’inizio degli anni 70, Cosa Nostra…”. Un taglietto tutt’altro che casuale, questo di quel “in poi”: in questo modo infatti, quello che per Borsellino era un fenomeno criminale generico che secondo lui stava andando avanti dall’inizio degli anni 70 (in poi…) con la manipolazione del nastro diventa un fenomeno circoscritto “all’inizio degli anni 70 “, cioè al periodo in cui Mangano lavorava ad Arcore, come se la rimessa in circolo degli enormi capitali della mafia di cui sta parlando Borsellino, fosse passata secondo lui tutta da Arcore, attraverso Mangano, e fosse finita lì.

E fu così, grazie a questa certosina ma ributtante alterazione strumentale del pensiero e delle parole del magistrato, che da allora, sino ancora ai giorni nostri, vari giornalisti, quali Travaglio e Deaglio,  poterono perpetuare la leggenda di un Borsellino che si preoccupava di Berlusconi e indagava su di lui (mentre a sentire le parole originali era esattamente il contrario, non se ne interessava minimamente), come se la manipolazione di quei nastri non fosse già stata smascherata da anni, anche in sede giudiziaria. Ed è proprio questo il punto: con che abbiamo dunque a che fare? Distrazione, scarsa conoscenza, o perseveranza nel divulgare un falso?

Se mai ci dovesse essere  una pista investigativa meritevole di diventare un’inchiesta seria e finalmente volta a chiarire davvero che cosa c’è alla base di tutto questo, allora questa dovrebbe concentrarsi sul “quando” e sul “come” le parole del giudice siano state manipolate per essere trasmesse alla TV italiana. Su chi l’ha fatto, e perché l’ha fatto. Ma soprattutto: che cosa si cela dietro la persistenza che si riscontra nel ripescare quel falso, ancora oggi? Semplice conoscenza approssimativa dei fatti, cialtroneria, o volontà cosciente di rinnovare un disegno, una strategia mistificatoria?

Segugio (Enrico tagliaferro)