L’azzardo, meno gioco e più dipendenza: dallo Stato “biscazziere” ai gruppi di auto-aiuto. L’inchiesta

slotdi Antonella Loi – Roma, 4 ottobre 2013 – Luigi è corpulento, alto, sembra un tipo deciso, ostenta determinazione. Chiara, sua moglie, è una bella donna di mezza età, ha gli occhi espressivi e la pacatezza di chi sa cosa sia “la vittoria”. Luigi racconta con calma i suoi anni bui, quelli passati a pigiare compulsivamente sui tasti delle slot machine del bar sotto casa, in attesa di quella vincita che non è arrivata mai. “Ho perso migliaia di euro nelle macchinette, tutto quello che avevo”, racconta davanti al gruppo di auto-aiuto al quale si è rivolto. “E’ andata avanti finché i prestiti che ho chiesto in giro sono diventati debiti insostenibili: migliaia di euro andati in fumo. Per riuscire a pagare il mutuo della casa ho dovuto fare due finanziarie”, ammette, restituendo drammaticità all’immagine fin troppo familiare di uomini e donne (ma spesso anche ragazzini) appesi agli apparecchi mangia soldi di bar e tabaccherie.“Cadere è un attimo, risollevarsi molto difficile”, dice Luigi. “Cadi quando vai a ledere i sentimenti delle persone che hai intorno, mettendo a repentaglio la tua famiglia”. Mentire alla propria moglie, ai propri figli, agli amici è la nuova quotidianità. E’ lì che cominci a chiederti dove stia il gioco, il divertimento. “Non c’è più e lo capisci quando l’unica cosa che vuoi è riacquistare fiducia e serenità”. Ecco “la vittoria”. Chiara oggi è “l’amministratrice” di Luigi, colei che nel percorso di recupero suggerito dal Centro operativo per le dipendenze della Asl di Cagliari – che ha creato i gruppi di auto-aiuto del progetto “Domino” -, dà la misura alle sue debolezze. “Quante volte hai vinto questa settimana, Luigi?”, chiede il dirigente medico e psicoterapeuta. “Ho vinto parecchio”, risponde con orgoglio, elencando tutte le volte che nell’ultima settimana non ha ceduto alla tentazione di concedersi alle macchinette. I numeri – Luigi è solo uno degli 800 mila italiani (dati Eurispes) affetti da quella che in gergo medico si chiama disturbo da Gioco d’azzardo patologico (Gap), una dipendenza con gli stessi effetti delle sostanze psicotrope, che i medici non hanno difficoltà a definire una “grave piaga” dei nostri tempi. Una dipendenza dai molti nomi: ludopatia, gambling, gioco patologico, gioco compulsivo. Tanti nomi, spesso legati al termine “gioco”, anche se l’azzardo ha dinamiche diverse dal gioco in senso stretto. Ma l’equivoco può avere uno scopo. Slot machine, video lottery, gratta e vinci, Suprenalotto, Lotto e lotterie di ogni genere, presenti dovunque, incombono sulle nostre vite per fare degli italiani un popolo di giocatori d’azzardo e dello Stato un ente “biscazziere”. Esagerazioni? I dati Eurispes rivelano che almeno 32 milioni di persone (una su due) giocano d’azzardo e due milioni sono considerate “a rischio” dipendenza. Le giocate ammontano a 1200 euro all’anno pro capite mentre il volume d’affari è stratosferico: secondo il ministero del Tesoro, da cui dipendono i Monopoli, nel 2012 si è giocato per 50 miliardi mentre per l’associazione Libera i miliardi sarebbero addirittura 76. A questi se ne aggiungono dieci di puntate illegali.Il primato – Tutto ciò rende gli italiani i più incalliti giocatori d’azzardo d’Europa e i terzi nel mondo. E poco importa che la legge, riconoscendo il danno sociale che da esso deriva, lo vieti: lo Stato, attraverso l’agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Aams), rilascia concessioni su concessioni aggirando le restrizioni normative. Tanto che oggi l’Italia si trova ad avere – giusto per capirne la portata – una slot machine ogni 150 abitanti. Dato impressionante.Dieci anni di giocate – L’escalation è avvenuta negli ultimi dieci anni, da quando cioè hanno cominciato a proliferare macchinette, scommesse sportive, lotterie, gratta e vinci, poker on line e lo Stato si è ritrovato sempre più dipendente da queste entrate extra fiscali. Un flusso di cassa che nel tempo ha finanziato i beni culturali (con Veltroni ministro), la ricostruzione dell’Aquila terremotata e fino alla cancellazione della prima rata dell’Imu (620 milioni di euro) come riferito in Parlamento pochi giorni fa dal sottosegretario all’Economia con delega al gioco d’azzardo, Alberto Giorgetti. In questo contesto non appare casuale che i governi si attacchino a queste preziose risorse. Come non stupisce che il ministero, all’indomani dell’approvazione della mozione leghista di moratoria per un anno sulle nuove sale da gioco, con una nota abbia dettato i motivi per cui lo Stato non potrà onorare l’impegno. Motivi di bilancio, manco a dirlo. Ma il punto 4 appare quanto meno curioso:la moratoria causerebbe “la perdita della possibilità di contrastare, con strumenti mirati, il gioco problematico e patologico e l’accesso dei minori al gioco”. Come dire che per combattere la dipendenza da gioco d’azzardo bisogna giocare d’azzardo. Un paradosso.Politica e lobby del gioco – Ma a parte le casse vuote dello Stato, c’è un altro fattore che influisce senz’altro sulle scelte politiche. Lo possiamo sintetizzare nell’interesse di tutta quella rete di concessionari, intermediari, fino agli esercizi (bar e tabaccherie) che espongono le macchinette e vendono i gratta e vinci. Un interesse miliardario che sembra trovare una sponda sicura nella politica. Cominciamo dal già citato sottosegretario Giorgetti che, secondo la denuncia di molte associazioni, dal 2008 rappresenterebbe il punto di riferimento in Parlamento (Pdl) dei concessionari dell’azzardo. Oggi è membro del governo. A questo si aggiunga che un rapporto presentato in Senato lo scorso 11 febbraio dal Coordinamento nazionale Gruppi per il gioco d’azzardo, diventato oggetto di alcune interrogazioni del M5S, rivela che la Fondazione “Vedrò” di Enrico Letta sarebbe finanziata tra gli altri da Sisal e Lottomatica. Di questa fondazione fanno parte 7 membri del governo, diversi parlamentari di Pdl, Pd, Scelta Civica e Lega, sindaci quali Renzi, Tosi, De Magistris, Emiliano e diversi giornalisti. In questo contesto non appare un caso che a dieci gestori di macchinette condannati dalla Corte dei conti al pagamento di una multa da 2,5 miliardi per anni di tasse evase, il governo Letta abbia ridotto la multa a soli 700 milioni.L’80% azzarda – Quel che resta è un popolo di scommettitori. Il dirigente medico del Gruppo operativo per le dipendenze della Asl di Cagliari – una delle tante strutture pubbliche disseminate nel territorio italiano e che ogni giorno si battono contro le dipendenze – Giampaolo Carcangiu, sostiene che il gioco d’azzardo riguardi non la metà ma ben l’80 per cento della popolazione. “Più è alta l’offerta di gioco d’azzardo, più c’è pubblicità e possibilità concreta di accesso, più sarà alta la percentuale di giocatori e quindi di persone con problemi seri”, spiega il medico. L’aumento esponenziale delle vincite in palio fa il resto. “Una cosa è vincere mille o duemila euro, un’altra è vincere milioni – spiega Caterina Melis, psicoterapeuta dell’equipe di Carcangiu -. Se metti in palio milioni, non controlli più l’impulso: è un meccanismo diabolico che ti spinge a giocare e giocare”. Come dire che siamo tutti potenziali giocatori patologici? “L’azzardo è di per se stesso un fattore di rischio per la salute – aggiunge Carcangiu -. E’ difficile considerare un limite inferiore o superiore entro il quale si può inserire il rischio. Possiamo dire che la sofferenza aumenta con l’aumentare delle giocate”.La crisi non aiuta – Che in tempi di crisi economica poi, si giochi di più è un dato assodato. Ma guai a pensare che siano solo le persone a basso reddito e bassa scolarità a tentare la fortuna. “L’identikit del giocatore tipo è quello dell’italiano medio: nessuno è immune”, dice Melis. “Quando si affacciano problemi economici aumentano i problemi familiari, lavorativi e crescono le giocate”, spiega lo psichiatra Andrea Manfredi. “Non è quindi un problema del singolo ma è un problema sociale – aggiunge -. C’è un macro-sistema sociale, quello familiare e quello individuale e relazionale che riguarda la persona in un ambito più alto”. Si tratta insomma di un disturbo sistemico, “una rottura degli equilibri dell’uomo nel suo ambiente”.Lessico e spazi sociali – Arrestare il “virus” del gioco è insomma un’emergenza. “Soprattutto se si pensa che con tutte le tecnologie da cui siamo invasi anche i bambini non sono immuni”, certifica Melis. Cosa si dovrebbe fare per invertire la tendenza? “Cominciamo con il vietare la pubblicità come già avviene per il tabacco – dice Manfredi – e poi smettiamo di associare il termine gioco a tutte le pratiche dell’azzardo”. Anche “ludopatia” risulta fuoriviante, “perché l’azzardo non andrebbe associato al ‘gioco’ che è tutt’altro. In inglese infatti si dice gambling – spiega Manfredi – parola diversa da game (gioco)”. E “non è un caso” che in Italia ci sia anche un problema lessicale “finalizzato a facilitare la caratterizzazione della dipendenza: come dire che si tratta di una malattia magari da curare con i farmaci: ma è tutt’altro e nessuno è immune”. Per questo, chiosa Melis “bisogna tornare a creare spazi sociali per gli adolescenti e per gli adulti, spazi dove incontrarsi e svolgere attività senza dover necessariamente pagare”. (Antonella Loi)
fonte http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/13/10/gioco-azzardo-inchiesta.html