Anonymous: «Ecco come incastriamo i pedofili»

SOS1307910Roma, 6 ottobre 2013 – Contro i pedofili, a favore dell’ambiente e contro ogni ingiustizia. In questo periodo gli Anonymous italiani, gli hacktivist che si nascondono dietro la maschera di Guy Fawkes, non sono particolarmente attivi.

O, almeno, non lo sono all’apparenza, dato che le loro recenti operazioni hanno avuto scarsa rilevanza sui media. In realtà in agosto hanno attaccato il sito del Comune di Niscemi per protestare contro le antenne Muos in Sicilia, hanno violato il sito della Iren Emilia contro l’inceneritore di Parma (quello entrato in funzione a fine agosto, per la cui accensione è finita nella bufera l’amministrazione del Cinque Stelle Pizzarotti) e hanno continuato a portare avanti i loro attacchi nell’ambito dell’OpGreenRights.

Il tutto a pochi mesi da una retata e dall’arresto di quattro esponenti di Anonymous, tra cui l’ex consulente dei servizi segreti Gianluca Preite, accusato di aver agito sotto la bandiera di Anonymous per fini personali con l’obiettivo di dimostrare la vulnerabilità di alcuni siti per poi fornire agli stessi amministratori consulenze. Il movimento però non sembra essersi fermato di fronte questi arresti. E le operazioni sono andate avanti.

DARK NET – In particolare, Anonymous ha continuato ad esercitare un’attività di monitoraggio dei pedofili presenti in rete. Gli hacktivist specializzati in questo settore – sono pochi e molto gelosi del loro anonimato – ci hanno raccontato di tenere sott’occhio le chat frequentate da adolescenti. Ma non solo. Fingendosi adolescenti, spesso intercettano presunti pedofili. A quel punto iniziano a indagare sulla vita digitale di queste persone. “Digital profiling”, lo chiamano loro. E se scoprono che il soggetto in questione è davvero un criminale lo contattano intimandogli di smettere. In alternativa? Il suo nome, cognome, indirizzo e numero di telefono viene messo online. La lotta di Anonymous alla pedofilia non è un certo una novità. Soprattutto all’estero. Famoso è il caso del suicidio di Amanda, ragazzina canadese che si è uccisa un anno fa, dopo essere stata vittima di cyber bullismo. In quel caso esponenti di Anonymous pubblicarono il nome e il cognome di un 32enne, accusandolo di essere lo stalker, responsabile della morte della giovane. Poi, con l’operazione DarkNet nel 2011, vennero oscurati 40 siti pedopornografici e vennero pubblicati i nomi di 1500 persone coinvolte nel traffico di materiale pedo-pornografico. E ogni qual volta si parla di queste iniziative, ricominciano le polemiche. Se infatti la lotta alla pedofilia è un’attività nobile, in molti osservano come debbano essere le autorità a investigare ed eventualmente denunciare i colpevoli. Sia quel che sia, Anonymous sceglie di andare avanti per la sua strada e si fa giustizia da sé. Uno degli attivisti specializzato nella caccia a pedofili ha accettato di parlare con noi e ci ha rivelato alcuni dettagli sui sistemi adottati per stanare i mostri.

Come agite?
«Ci sono tanti e diversi modi di operare per entrare in contatto telematico con pedofili (o presunti tali). Bisogna farli sentire a proprio agio. Li si smaschera fingendosi come loro. Hanno un preciso codice e linguaggio. Se lo impari lo puoi usare contro di loro. Oppure si fa ricorso alle attività, sempre undercover, di pedo-bait, fingendosi bambini disponibili ad abboccare alle proposte del pedofilo. L’ambiente è la chat. È quello il canale dove si trova più materiale illecito. Le chat sono assolutamente non riconoscibili dall’utente: i pedofili si contattano tra di loro per scambiarsi materiale. Poi monitoriamo Facebook e Twitter e creiamo delle black list tenendo d’occhio anche i siti, sia quelli in chiaro che quelli del deep web (il web nascosto)».

Ma come fate ad avere la conferma che un utente sia davvero un pedofilo?
«Non ci vuole molto, scaviamo nella sua vita. Non perdiamo tempo con chi non è un pedofilo al 100 per cento. Non roviniamo la vita a persone che hanno solo vizietti nascosti e che non creano danni ai bambini».

Se vi imbattete in un’aggressione di un minore su un minore come vi comportate?
«Avvisiamo i genitori. Comunque ci sono molti gruppi che monitorano i pedofili, non solo di Anonymous. Ma tutto questo non dovrebbe essere compito delle autorità? Noi diamo una mano, diciamo così. Noi segnaliamo la persona, cosa fa, forniamo le prove documentali se servono…ma se nessuno si fa avanti, il viral marketing/spam produce molti più effetti….in alcuni casi i colpevoli vengono anche indagati».

Come fate a stanarli? Vi fingete pedofili anche voi?
«In realtà, facciamo quello che potrebbe fare chiunque. Entriamo nelle chat frequentate dai teen ager fingendoci minori. Ma non c’è bisogno di inventarsi nulla. Basta che entri è vieni inondato da richieste assurde.

Quando contattate i pedofili, come reagiscono?
«La maggior parte nega, poi quando capiscono che abbiamo le prove, piangono e ci supplicano di non rovinarli. E giurano che non lo faranno mai più».

LE ALTRE OPERAZIONI – Oltre alla pedofilia però sono altre le attività degli hacktivist. Alcune hanno visto la pubblicazione di documenti riservati dei sindacati di Polizia e della Polizia stessa. Poi l’operazione contro il Viminale con la pubblicazione di altri file riservati. Ma soprattutto la comunità di hacker italiani, all’indomani delle rivelazioni sul Datagate, si interroga su ciò che sta succedendo in Italia. E le loro posizioni diventano interessanti, alla luce dell’allarme lanciato dal Copasir sulla cessione a Telefonica di Telecom. E questo è quello che gli esponenti più attivi ci hanno raccontato.

Pensate che anche il governo italiano controlli le nostre conversazioni via web, proprio come ha fatto l’amministrazione Obama?
«L’Italia non è da meno rispetto agli USA circa controlli e grande fratello. Anche se, fortunatamente, serve ancora l’autorizzazione della magistratura per mettere il naso nella vita delle persone. Ma la legge è tutt’altro che dalla nostra parte.Il datagate italiano è ormai una realtà ben consolidata, che ha inizio con alcune riforme risalenti al 2007. Quell’anno infatti entrò in vigore una riforma dei servizi segreti che stabilisce che il traffico di ognuno di noi può essere intercettato da questi ultimi ai fini di sorveglianza con una preventiva autorizzazione dell’autorità giudiziaria. Tuttavia, il decreto firmato dall’ormai ex premier nel 2012 sancisce che questi 007 possono accedere a banche dati di enti (provider internet, provider email, telefonia mobile, ecc..), privati o pubblici, che svolgono un qualsivoglia servizio e con i quali abbiano previamente stipulato “convenzioni”. Tutto senza dover rendere conto a nessuno. Inutile dire che Telecom Italia è stata una delle prime compagnie a firmare tali convenzioni, seguita da Poste Italiane.

Avete prove per affermare ciò?
«No. Ne sentiamo parlare, leggiamo quello che è stato pubblicato da Wikileaks. Ma tutto lascia pensare che non si tratti solo di voci. Inoltre il problema non sono solo gli agenti segreti ed enti statali non sono i soli ai quali interessano le nostre info personali. È noto infatti che esistono anche in Italia società che si occupano del profiling degli utenti della rete. Queste ultime sono in grado di ricostruire un dossier personale che racchiudono le più disparate informazioni (foto, amicizie, abitudini, salute, relazioni, perversioni, ecc..ecc..) mediante attività che ognuno di noi compie in rete, che possono essere delle ricerche. Ma anche i nostri tweet, gli aggiornamenti di stato del proprio profilo Facebook e così via».

Quindi si tratta di spionaggio commerciale…
«Esatto, non è un caso fortuito che dopo aver cercato sul vostro motore di ricerca preferito i sintomi di una eventuale disfunzione erettile, banner pubblicitari di viagra e cialis vi balenino sullo schermo. Alla luce di questi fatti si evince che le tecniche con cui viene violata la nostra rete sono innumerevoli».

Voi come fate ad eludere questa vigilanza?
«Portiamo avanti una campagna di sensibilizzazione per fa conoscere i metodi per evadere controlli/intercettazioni/grandi fratelli. Una possibile soluzione è l’uso dei i servizi anonimizzazione come TOR e VPN, accompagnati dall’uso di crittografia aggiuntiva ovunque sia possibile (https, pidgin+OTR, gpg/pgp. ecc..), l’utilizzo di servizi privacy-oriented ed autogestiti (riseup, a/i, ecn, ecc..) Cose non alla portata di tutti, insomma»

Di recente però anche voi siete caduti “nelle rete”. In maggio c’è stata una retata. E quattro di voi sono stati arrestati con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di lucro. Ma è questo lo scopo di Anonymous, ricattare per denaro?
«No, assolutamente. In realtà, estendere l’accusa di finalità di lucro a tutti gli arrestati è un chiaro tentativo di screditare l’intero movimento e di ingannare l’opinione pubblica che, disincantata e delusa, così non vedrebbe più in Anonymous gli hacktivisti che lottano per la libertà senza alcun scopo di profitto. Noi in realtà siamo proprio questo: non agiamo in nome del denaro, bensì per una causa collettiva. Sono gli ideali ad accendere in noi la scintilla della rivolta; non certo il guadagno: mai un centesimo è passato nei nostri conti. Alcune delle persone arrestate avevano preso, da tempo, le distanze dal movimento. Non sappiamo che genere di attività portassero avanti al di fuori di Anonymous, ma ribadiamo che nessuna delle nostre operazioni è legata in alcun modo al profitto».

La Polizia Postale in occasione degli arresti affermò di aver decapitato Anonymous. Ma le operazioni sono andate avanti… Tutto falso allora?
«Certo, e come successo nel 2011 (allora le denunce furono 15 anche a carico di minori, ndr) abbiamo facilmente smentito le menzogne con i fatti. Abbiamo voluto dare un segnale forte e chiaro, mandando offline il sito del tribunale di Roma per poi sommergerlo di fax attraverso un’operazione di “faxbombing” lanciata sui nostri social. Poi abbiamo defacciato (modificato, ndr) il sito del Siulp, rilasciando più di 15 mila indirizzi di membri delle forze dell’ordine, per poi attaccare il Sap ed anche in quell’occasione abbiamo pubblicato 250 mb di “leaks”».

fonte http://www.corriere.it/tecnologia/13_ottobre_04/anonymous-ecco-come-incastriamo-pedofili-3b02fe48-2cdd-11e3-bdb2-af0e27e54db3.shtml