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Massimo_BordinRoma, 19 ottobre 2013 – L’ho letto con attenzione, Travaglio ieri sul Fatto, ma non c’è stato verso, ogni argomento discutibile nel suo commento alle motivazioni della sentenza che assolve Mori e Obinu, e ce n’era uno ogni tre righe, non riusciva ad appassionarmi più di tanto. O meglio, il fenomeno ha cominciato a prodursi all’inizio del secondo capoverso, quando ho letto qualcosa che non c’entrava nulla con prove, indizi, testi e quant’altro ma che mi ha fatto capire che comunque la partita era vinta. Non si trattava dell’argomentazione – che con stile travagliesco si potrebbe definire esilarante – secondo cui la sentenza non avrebbe dovuto avventurarsi oltre lo stretto tema processuale. Guai ai giudici che si sono permessi di dire che la strage Borsellino non c’entra con la trattativa. Anatema ridicolo se usato da chi ha predicato sulla carta e dal monitor che la trattativa era ormai acclarata in numerose sentenze che si occupavano di altre questioni. Oltre tutto non è vero ma non è questo il punto. Il punto è che in proposito Travaglio ha scritto che lo sconfinamento avrebbe potuto al massimo limitarsi “a lumeggiare il contesto”. Mentre leggevo mi è rivenuto in mente un delizioso racconto pubblicato dal Sole 24 Ore quest’estate. La storia di una disputa familiare sul libro di Ingroia e il saggio del professore Fiandaca che distrugge la sua inchiesta. A un certo punto il narratore, Mario Fillioley, scrive: “E’ noioso, Fiandaca. Certo che se scrivesse come Travaglio sarebbe meglio. Invece scrive ‘lumeggiato’, a che epoca risalirà ‘lumeggiato’?”. E’ stato allora che ho pensato che se sei riuscito a imporre la tua lingua, quale che sia, allora vuol dire che hai vinto.
di Massimo Bordin

da FOGLIO QUOTIDIANO