«Trattativa» Stato-mafia- Il Massimo delle patacche.

Ciancimino_MassimoRoma, 20 ottobre 2013 – Chi ha avuto la pazienza di leggere la prima puntata della nostra controinchiesta sulla cosiddetta «trattativa» Stato-mafia – attraverso il cosiddetto processo Mori – si metta comodo. Perché quel che scoprirà solo leggendo di seguito lo farà rabbrividire. Nelle 1.322 pagine delle motivazioni della sentenza di assoluzione dei carabinieri del Ros, Mori e Obinu nel procedimento (durato 5 anni) sul presunto, ed oggi smentito, favoreggiamento della latitanza del boss Bernardo Provenzano, la parola «Ciancimino» ricorre 1.332 volte. Più di una volta per pagina. E pur essendo tre i Ciancimino citati nel documento, il padre Vito ed i figli Massimo e Giovanni, si tratta comunque di un numero imponente ed in massima parte riferibile a Massimo, detto junior, numero che già di per se stesso può lasciare intuire la centralità, nel processo, di questa controversa figura.
Una volta ipotizzato infatti che la cattura di Provenzano nel 1995, da parte del Ros supportato dal collaborante mafioso Ilardo, possa essere fallita a causa di uno scellerato accordo assunto fra lo stesso boss e il Ros, si trattava, per l’accusa, di reperire le prove, dell’esistenza di questo accordo e soprattutto dell’attività di «protezione» della latitanza del capomafia da parte dei carabinieri. E queste le ha fornite Massimo Ciancimino (testimone già fatto a pezzi dai pm di Caltanissetta, già arrestato per le false accuse Di Gennaro, già sottoprocesso per il tesoro del padre scomparso, già fermato per possesso di esplosivo). Lo ha fatto innanzitutto in qualità di sedicente testimone oculare di quell’accordo e di quella protezione, e quindi supportando questa testimonianza con una serie di documenti prodotti a spizzichi e bocconi.
Dice la Corte: «Si è ben guardato dal mettere immediatamente a disposizione dei magistrati tutto il materiale in suo possesso» ma «ha, dapprima, tergiversato e, quindi, ha iniziato a centellinare le consegne (proseguite anche dopo la sua prima escussione dibattimentale), secondo il suo personale apprezzamento». Ciancimino è finito lui stesso sotto inchiesta in base all’articolo 207 del codice penale (testimoni sospettati di falsità o reticenza). A metterlo nei guai ha contribuito la convinzione che il pacchetto di documenti considerato imprescindibile supporto probatorio non sia autentico. Fra queste patacche spiccano i 7 «pizzini» dattiloscritti, attribuiti dallo junior a Provenzano, contenenti parti dove si fa esplicito cenno alla «trattativa». Falsi, per la Corte, vale a dire non certamente scritti da Provenzano, se comparati con altri pizzini originali provenienti dal boss.
A supporto di questa convinzione, il collegio recepisce i rilievi peritali «del tutto persuasivi» del consulente tecnico della difesa, Antonio Marras, concludendo: «Anche al più distratto lettore sarà assolutamente evidente che i due gruppi di scritti non possono appartenere al medesimo autore, cosicché, non potendosi disconoscere che i primi siano di Provenzano, si dovrà necessariamente concludere che non siano opera di quest’ultimo quelli prodotti da Massimo Ciancimino». La falsità è poi accertata anche per altri documenti, come ad esempio, la famosa «lettera di Cosa Nostra a Berlusconi per avere l’uso di una televisione» (un maldestro fotomontaggio), mentre per altri il giudice elenca numerosi indizi di sospetta falsità, trattandosi comunque di fotocopie ben lontane dal poter essere definibili come autentiche. È il caso delle «lettere a Fazio (ex governatore, ndr )», molto importanti perché contenenti un cenno esplicito (anzi, un po’ troppo, esplicito) all’atteggiamento di Borsellino verso la «trattativa». Uno di essi porta in calce una firma manoscritta di don Vito Ciancimino, secondo i periti della difesa certamente trasposta ad arte, tanto che i giudici concludono che trattandosi di una fotocopia, e non potendosi escludere il fotomontaggio, comunque non si può prendere per buona: «I due scritti in questione sono mere minute. Non può, allora, non destare notevole sospetto il fatto che siano state consegnate semplici fotocopie anziché gli originali, non comprendendosi la ragione per cui di mere minute siano state conservate solo fotocopie».
Stessi sospetti sul «contropapello» (il papello con le richieste allo Stato scritto da don Vito): una fotocopia che la corte ha accertato essere stata prodotta non prima del 2000 ma con carta più vecchia di circa 10-15 anni. Ed anche il cosiddetto «Papello» sarebbe stato prodotto con carta analoga, per concludere di avere riscontrato nel teste «una comprovata, notevole capacità di mentire ed anche di costruire, per quanto grossolanamente, documenti che supportassero il suo racconto, nonché una generica furbizia, che, tuttavia, non poteva essere sufficiente a preservarne l’attendibilità. Va da sé che non può certo escludersi che Massimo Ciancimino abbia letteralmente inventato alcuni passaggi del suo racconto, magari traendo spunto da qualche notazione che aveva rinvenuto negli scritti del padre».
(2 – continua)
Enrico Tagliaferro

 

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