Prato, rabbia dopo il rogo dai cinesi. Gli italiani: “Nessuno li controlla”

incendio.prato.Ex imprenditori e dipendenti, rimasti senza lavoro ”per concorrenza sleale”, gridano la propria rabbia dopo l’incendio costato la vita a sette persone: ”Perché possono operare in queste condizioni?”

Prato, 2 dicembre 2013 – Dopo le lacrime, a Prato è l’ora delle polemiche. All’indomani dell’incendio in una fabbrica tessile gestita da cinesi in cui sono morte sette persone, ex imprenditori e lavoratori del settore gridano la propria rabbia. Strozzati da concorrenza e regole ferree hanno perso il lavoro: “Subivamo continui controlli, noi, su tutto. Come è possibile che i cinesi possano invece operare in queste condizioni?” si chiede l’ex proprietario di un’azienda locale.

Il capannone andato a fuoco non ospitava solo la fabbrica di confezioni ma anche un vero e proprio dormitorio. Accanto a materiale altamente infiammabile vi erano dei loculi, alcuni dei quali crollati durante l’incendio. All’interno riposavano i lavoratori: una delle vittime è stata infatti trovata in pigiama. Alla base della tragedia, dunque, vi sarebbe anche la poca attenzione alla sicurezza. Lo accerterà la procura di Prato, che si appresta ad aprire un’indagine per omicidio colposo plurimo.

Massimo Nuti ha chiuso la sua azienda nel 2002: “Mi hanno fatto chiudere. Per un’azienda in regola non è possibile sopravvivere. Loro fanno una concorrenza scorretta”.

Nuti non è l’unico a polemizzare. “La mia azienda ha chiuso nel 2008, era un’impresa regolare. Ma non ce la faceva più, la concorrenza cominciava a essere spietata. Il titolare ha mandato a casa 50 dipendenti, 50 famiglie sulla strada” racconta Alessandro Mati. “Ed ecco come vivono i lavoratori cinesi, quattordici ore di lavoro al giorno, dormono e mangiano in loculi, senza igiene, senza sistemi di sicurezza, sottopagati. Come può un’azienda in regola competere in queste condizioni?”. (TgCom24)

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