Non paga 80mila euro di Iva, ma lo Stato gliene deve altrettanti: ”non perseguibile”

denuncia redditiLa procura ha rinunciato a perseguire un imprenditore che ha dimostrato di non aver incassato crediti da enti pubblici

Belluno, 18 dicembre 2013 – Se è necessario per pagare i dipendenti e salvare l’azienda, ma soprattutto se ci sono grossi crediti non riscossi dalla pubblica amministrazione, un imprenditore può evitare l’accusa di omesso pagamento dell’iva. È successo nei giorni scorsi al titolare di una media impresa bellunese.
L’uomo era accusato dalla procura della Repubblica di Belluno di aver violato l’articolo 10 ter del decreto legislativo n. 74 del 2000, reato punito con una pena da sei mesi a due anni, quando gli importi sono superiori a 50mila euro. Nel caso bellunese, l’imprenditore avrebbe dovuto versare allo Stato 80mila euro, cifra che all’inizio dell’inchiesta gli era stata sequestrata. Naturalmente l’iva dovrà essere pagata e l’imprenditore dovrà fare i conti con l’Agenzia delle entrate, ma dal punto di vista penale non sarà perseguito.
L’uomo infatti ha spiegato e provato perché non è riuscito a versare l’iva: troppi i crediti non riscossi da privati ma anche dalla pubblica amministrazione, cioè da enti pubblici che avrebbero dovuto liquidare all’impresa una cifra anche superiore agli 80mila euro dovuti allo Stato. Le somme non incassate hanno messo in crisi l’azienda e, di fatto, l’imprenditore lo scorso anno si è trovato davanti a un bivio: pagare lo Stato o i dipendenti, salvando così la sua azienda e il lavoro di decine di persone. La scelta è stata quella di rischiare la condanna penale, pur di non mandare all’aria tutto.
La procura della Repubblica di Belluno, l’inchiesta era affidata al pubblico ministero Antonio Bianco, ha deciso di verificare e, con tutti i documenti e i bilanci alla mano, ha accertato che la versione dell’imprenditore corrispondeva alla verità. La Cassazione dice che, in teoria, un imprenditore dovrebbe accantonare l’iva man mano che riceve i pagamenti, ma le circostanze, a volte, non lo permettono. La disorganizzazione, cioè, non può essere considerata un comportamento più grave di quello di uno Stato che non paga i propri debiti.
Più forte e più rilevante è apparso, alla procura, il fatto che l’imprenditore abbia salvato l’azienda e tutelato il lavoro dei suoi dipendenti, difendendoli anche a rischio della propria fedina penale, secondo i principi della Costituzione, gerarchicamente superiore a qualsiasi legge o pronunciamento.
Messi tutti i fatti sul piatto della bilancia, la procura ha deciso di non perseguire l’imprenditore, ritenendo che il fatto non costituisca reato e il gip ha accolto, disponendo anche il dissequestro degli 80mila euro.

Irene Aliprandi
Fonte: Corriere delle Alpi