Torturata, uccisa e bruciata: per questo era in carcere l’evaso Esposito

gelsomina verdeNapoli, 19 dicembre 2013 – Si chiamava Gelsomina e aveva 22 anni e lunghi capelli lisci e neri la ragazza per la quale Pietro Esposito, il 47enne pentito da domenica non piu’ nel carcere di Pescara, avrebbe finito di scontare a giugno prossimo la pena per concorso in omicidio. Gelsomina, detta Mina, e’ stata la vittima innocente simbolo della prima faida di Scampia, quella dei primi anni 2000, quando il gruppo di Cesare Amato e Raffaele Pagano, che gestiva un traffico internazionale di droga, decise di staccarsi e diventare autonomo rispetto la cosca di provenienza, quella di Paolo Di Lauro. Gelsomina Verde la sera del 21 novembre 2004 venne torturata, uccisa con tre colpi di pistola di cui uno alla testa, e il suo cadavere bruciato nella Fiat Seicento quasi nuova che la madre precaria e il padre ex operaio avevano acquistato con sacrifici. Un delitto che scosse l’opinione pubblica ben prima che Roberto Saviano lo descrivesse in “Gomorra”. Mina era estranea alle logiche del clan, ma per Cosimo Di Lauro, 35 anni, figlio del boss che all’epoca della faida era reggente del clan, poteva sapere dove si nascondeva il fratello di un suo corteggiatore, passato con gli scissionisti. E a tenderle una trappola fu proprio Esposito, come racconto’ lui stesso ai magistrati poco dopo il suo arresto. La conosceva, e la porto’ nel rione roccaforte dei Di Lauro con una scusa. Sapeva che gli affiliati “non sarebbero stati teneri con lei”, ma non immaginava quella fine. Il killer di Mina, Ugo De Lucia, fu arrestato poco dopo e lui ed Esposito sono stati condannati nell’aprile 2006 rispettivamente all’ergastolo e a sette anni e quattro mesi.
Nel dicembre 2008, poi, Cosimo Di Lauro e’ stato condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio. In passato, sempre secondo quanto riferito ai pm dal pentito, parenti di Esposito erano stati avvicinati perche’ non rivelasse quanto conosceva su quel delitto. (AGI)

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