Il giudice: ”è morta”. I genitori: ”no, il cuore batte”, l’America si spacca per la piccola Jahi

jahiUna 13enne in coma riapre la ferita del caso Terri Schiavo

New York, 6 gennaio 2014 – Il cuore batte ma la mente è morta e ciò trasforma Jahi McMath nel nuovo caso, fra scienza e fede, che lacera l’America.
Jahi è una bambina afroamericana di 13 anni che il 9 dicembre è stata operata al «Children Hospital» di Oakland, in California, per un’asportazione di tonsille e adenoidi resasi necessaria per risolvere una grave apnea ostruttiva del sonno.

Jahi si è risvegliata, sembrava star bene ma poi sono sopraggiunte serie complicazioni con l’interruzione del flusso del sangue al cervello che ha determinato la morte cerebrale.
Per l’ospedale ciò significa la morte della paziente ma la madre, Nailah Winkfield, è una battista praticante e si è subito opposta a staccare il ventilatore che consente alla bambina di respirare. «Credo in Dio, credo fermamente che se la avesse voluta morta l’avrebbe già presa con sé – afferma la madre -, ma poiché il suo piccolo cuore ancora batte, il sangue circola, lei si muove quando le sono vicino e ciò significa che non è deceduta».

La donna ha così chiesto all’ospedale di «attaccare i tubi dell’alimentazione» alla figlia ma i dottori si sono rifiutati e, dopo aver condotto ulteriori accertamenti, la disputa è arrivata davanti al giudice della contea di Almeda, Evelio Grillo, la cui decisione è stata contro la famiglia. «La bambina è deceduta, autorizzo la pubblicazione del certificato di morte» ha stabilito Grillo senza però riuscire a porre fine alla contesa perché Christopher Dolan, avvocato della famiglia, ha fatto sapere di «aver identificato a New York una struttura sanitaria disposta ad accogliere Jahi fino a quando si riprenderà».

L’esistenza di tale offerta, assieme all’opposizione della madre, impedisce al «Children Hospital» di staccare il ventilatore e innesca una polemica pubblica che ha tenuto banco nei talk show tv domenicali. Su un fronte ci sono le tesi della maggioranza dei dottori, secondo i quali la morte cerebrale non è uno stato vegetativo reversibile, mentre sull’altra si schierano associazioni di famigliari di malati e gruppi religiosi secondo i quali deve essere consentito alla bambina di «avere la possibilità di vivere». A sostegno della madre di Jachi c’è anche la Fondazione Terri Schiavo, che porta il nome della donna in stato vegetativo morta in Florida nel 2005 al termine di un lungo braccio di ferro legale, che si offre di coprire parte delle spese di trasferimento dalla California a New York.

La battaglia di Nailah per trovare un ospedale alla figlia ha però un limite oggettivo nel rischio che lo spostamento possa ucciderla ma la donna sembra comunque determinata a tentare: «Sono convinta che Jahi ce la farà». Nella comunità medica sono in molti tuttavia a dubitare che l’opzione New York possa concretizzarsi. «Davanti alla pubblicazione di un certificato di morte nessun ospedale può accogliere Jahi affermando che sia viva» osserva David Magnus, direttore del Centro di Biomedicina Etica dell’Università di Stanford, ribadendo che «non esistono nella scienza casi conosciuti di persone cerebralmente morte tornate in vita» a differenza di quanto avvenuto in situazioni di pazienti terminali in stato vegetativo.
Fra i casi più noti c’è quello di Jesse Koochin, il bambino di 6 dello Utah che nel 2004 venne dichiarato cerebralmente morto ma venne portato a casa dai genitori e riuscì a respirare per un altro mese prima di smettere.

La madre tuttavia non si arrende davanti alle evidenze scientifiche, scende in strada a Oakland per incontrare i reporter e afferma, fra le lacrime: «Mi accusano di volermi sostituire a Dio ma non è così, sono solo una donna che crede profondamente nell’esistenza di Dio e si oppone a staccare la spina a una ragazza che ancora respira». «Non credo a quelli che dicono che staccando il ventilatore mia figlia starà meglio – aggiunge la madre – credo a quello che vedo, dobbiamo darle una possibilità di farcela».
Davanti all’insistenza della donna, il portavoce dell’ospedale Sam Singer, ammette che «faremo un passo indietro se verrà qui un dottore per inserire i tubi dell’alimentazione nella bambina e poi si assume la responsabilità del trasferimento».

Maurizio Molinari
Fonte: La Stampa