Insulta via mail il capo: licenziato

pc ufficioIl lavoratore aveva definito, in una mail, ‘pazzoide’ la legale rappresentante. Per la Cassazione non c’è danno d’immagine

Trento, 7 gennaio 2014 – Scrivere in una mail che il legale rappresentante dell’azienda per la quale si lavora è un «mentecatto» e un «pazzoide» è causa di licenziamento. Ma se la stessa mail non esce all’esterno dell’azienda, non c’è alcun danno d’immagine da pagare. Così ha deciso la corte di Cassazione che ha accolto uno dei motivi d’appello del lavoratore e in particolare quello contro il riconoscimento, fatto dal tribunale, di un danno all’immagine per la società. Ma andiamo con ordine e ricostruiamo la vicenda che ha portato alla recente sentenza. Tutto ha inizio alla fine del 2004 quando il lavoratore stipula un contratto di lavoro a progetto con una società che poi recede dal contratto stesso nel giugno dello scorso anno. Una decisione contro la quale il lavoratore aveva presentato ricorso al tribunale chiedendo di veder condannata la società a pagargli 68.500 euro cifra ottenuta sommando la retribuzione di giugno e l’indennità sostitutiva del preavviso. E in primo grado era stato quasi interamente soddisfatto visto che l’azienda era stata condannata a pagare poco più di 65 mila euro.
La decisione cambia in appello (la sentenza della corte trentina è del 2010) con il risarcimento che si riduceva a 3.425 euro ma con la condanna del lavoratore a pagare altrettanto a titolo di danni non patrimoniali. Insomma pari e patta perché per i giudici il contratto di lavoro poteva estinguersi per giusta causa e non era condivisibile la tesi del lavoratore seconda la quale – anche nell’ipotesi di recesso per giusta causa – fosse dovuta una penale da 41 mila euro. E che era fondata la domanda riconvenzionale della ditta sui danni all’immagine subiti. Sì perché alla base del licenziamento ci sarebbero state delle e-mail. «La corte territoriale esaminando il contenuto delle e-mail indirizzate dal lavoratore al direttore generale e alla legale rappresentante della ditta – si legge nella sentenza della Cassazione – e le espressioni profferite dal lavoratore nei confronti di quest’ultima (tra l’altro il ricorrente l’aveva definito il legale rappresentante«mentecatta e pazzoide» ha apostrofato la stessa dicendole di vergognarsi di lei e che non si sarebbe più fatto vedere in giro con la stessa, accusandola di aver creato un «atmosfera puzzolente», e ha accusato l’azienda di era una «ditta dalla quale tutti i dipendenti fanno a gara per andarsene») ha affermato che «la natura gravemente offensiva delle esternazioni verbali e scritte» appariva «talmente evidente da non richiedere ulteriori commenti». Il comportamento era quindi privo di ogni plausibile giustificazione».
Se quindi la Cassazione non ha nulla da dire sulla giusta causa di licenziamento, sul danno all’immagine si discosta da quanto deciso in appello. Per il collegio, infatti, le affermazioni contenute nelle mail «in quanto non esternate al di fuori dell’ambito aziendale, non sono idonee ad incidere sulla reputazione, sul prestigio e sul buon nome della società nè tanto meno a provocarne la caduta dell’immagine. Nè la sentenza fa riferimento ai danni che la società, prima ancora di aver provato, ha dedotto di aver subito per effetto delle affermazioni» contenute nelle mail del lavoratore. Ecco quindi che la sentenza viene cassata solo in relazione a questo punto (rigettati, invece tutti gli altri motivi del ricorso) e le spese compensate.

Fonte: Trentino