Il ragazzo del selfie prima dell’attentato diventa un simbolo: ”Un martire”, ”no è una vittima”

Foto: Abdallah Jibai ‏@AJibai (Twitter)
Foto: Abdallah Jibai ‏@AJibai (Twitter)

Roma, 8 gennaio 2014 – Spopola come fosse un virus sui social network #notamartyr (non un martire), la campagna lanciata in primis dal blogger Dyala Badran per protestare contro la strumentalizzazione politica sulla morte di Mohammad Chaar, il 16enne libanese rimasto ucciso nell’attentato del 27 dicembre scorso a Beirut. Quel giorno, un’autobomba è esplosa al passaggio del convoglio che trasportava Mohamad Chatah, l’ex ministro delle Finanze schierato contro gli sciiti di Hezbollah in Libano e contro il regime di Bashar al-Assad nella vicina Siria, obiettivo dell’attacco e ucciso dall’esplosione. Chaar passeggiava nella zona per caso, e poco prima aveva pubblicato su Twitter un selfie, un autoscatto, simbolo ormai popolare (il termine nacque una decina di anni fa) dell’uso di smartphone e social network. La foto combo del ritratto e del suo cadavere dilaniato ha fatto il giro del web, accompagnata dalla dicitura «ecco un martire». Ma c’è chi non ci sta.

«Siamo devastati dalla violenza senza senso e speriamo di dare voce a questi sentimenti», ha detto il blogger Bradan, spiegando le ragioni della campagna: «Non è stato un martirio, è stato un omicidio». E così sui social network in migliaia hanno iniziato a pubblicare i propri ‘selfiè accompagnandoli appunto con l’hashtag #notamartyr. L’obiettivo dichiarato è quello di impedire la «politicizzazione della violenza», o anche «la disumanizzazione di quelli che vengono uccisi».

Ma si punta anche a sollecitare «la necessità che si indaghi» a fondo, come dicono altri attivisti citati dalla Bbc. In tanti quindi si sono scattati un autoritratto, con un messaggio scritto su carta: «Dio fa qualcosa» recita uno. «Voglio usare whatsup per sapere cosa fanno i miei amici, non se sono sopravvissuti», si legge in un altro. E ancora: «Voglio vivere in Libano, non combattere ogni giorno per restare in vita».

Fonte: Il Messaggero

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