La doppia indagine sui carabinieri e le divisioni tra i pm di Palermo

teresa principatoPalermo, 18 gennaio 2014 -L’ex compagno di ora d’aria di Totò Riina sostiene che per lui era una specie di sfida: inserire parole sospette all’interno di una lettera — scritte alla rovescia, mascherate tra i caratteri dell’alfabeto fenicio, o con un codice d’interpretazione attraverso righe e lettere — per vedere se passavano indenni il vaglio della censura. Una volta, dice, ha scritto «Palermo-bomba atomica-trattativa», e nessuno s’è accorto di nulla.

Di fronte a simili affermazioni considerate poco credibili, i magistrati che indagano sui presunti patti occulti tra Stato e mafia l’hanno inquisito per «false dichiarazioni», nell’ipotesi che in realtà il criminale pugliese Alberto Lorusso possa essere il messaggero degli ordini di morte del boss corleonese.  La notizia del ritrovamenti di una strana lettera dove si potevano leggere, tra le righe, le parole «Leggio-Bagarella-papello», ha riportato d’attualità le minacce e le invettive del «capo dei capi» di Cosa nostra contro il pubblico ministero Nino Di Matteo e i suoi colleghi titolari del processo e delle indagini tuttora in corso sulla trattativa, subito dopo l’altra «rivelazione» che ha contribuito ad animare il palazzo di giustizia: la soffiata di un confidente su un progetto di attentato contro Teresa Principato, procuratore aggiunto che coordina le inchieste sul latitante trapanese Matteo Messina Denaro. La quale, però, ha espresso posizioni (dentro e fuori l’ufficio) non proprio in sintonia con i pm che scavano nelle relazioni tra boss e uomini delle istituzioni. Ieri il procuratore di Caltanissetta Lari ha raccolto a verbale le dichiarazioni della collega, per meglio decifrare il contesto del pericolo; lunedì il procuratore di Palermo Messineo aveva riferito alla riunione dei magistrati antimafia che latore della «confidenza» sulla ricerca di tritolo è un investigatore della Guardia di Finanza non troppo stimato, con qualche traversia giudiziaria alle spalle.  Infine (ma nessuno pensa che sia la fine) c’è la doppia indagine sui carabinieri già protagonisti di importanti indagini antimafia, foriera di nuove tensioni e divisioni. Sarà un caso, ma ciò che altrove sembra normale dialettica e difficilmente esce dal chiuso degli uffici, qui alimenta inevitabilmente un clima che riporta al tempo dei «veleni» mai assorbiti. Come se questa Procura non dovesse (o potesse, o volesse) trovare mai pace.  Nei mesi scorsi uno dei carabinieri di scorta al pm Di Matteo, il maresciallo Saverio Masi, ha denunciato alcuni suoi ex superiori, sostenendo di essere stato ostacolato nelle indagini sulla ricerca di Provenzano prima e di Messina Denaro dopo. Il carabiniere, inserito nella lista testi dell’accusa al processo trattativa, è stato poi condannato in appello a sei mesi di carcere per falso e truffa, in un giudizio contestato dal movimento cosiddetto delle «agende rosse». Gli ufficiali accusati l’hanno denunciato per calunnia, ma i due pm titolari dell’indagine hanno deciso di astenersi quando hanno capito l’intenzione di riunire i diversi fascicoli e indagare quegli stessi ufficiali (tra cui i colonnelli Sottili e Gosciu, e il maggiore Miulli) per favoreggiamento della latitanza di Messina Denaro. Ufficialmente la scelta dei due magistrati è motivata dai rapporti di lavoro pregressi, nonché di amicizia, con gli ufficiali accusati da Masi, ma dietro c’è una profonda avversità rispetto alla scelta di inquisirli, sia pure come ineludibile formalità.  Così la nuova spaccatura ha riacceso antichi dissapori che risalgono sia all’indagine sulla trattativa, sia alle ricerche del boss trapanese; anch’essi evidentemente mai archiviati. E ha fatto tornare a circolare dubbi sulla solidità del dibattimento in corso davanti alla corte d’assise, nel quale hanno cominciato a testimoniare i «pentiti» di mafia. Le minacce di Riina, sostiene più di un pm, sono state utilizzate anche mediaticamente per rilegittimare un processo che era stato incrinato dall’assoluzione del generale Mori per la presunta mancata cattura di Provenzano nel lontano 1995 (ora Mori è imputato anche per la trattativa, e gran parte delle fonti di prova sono le stesse). Altri replicano, poco meno che indignati, che i proclami del capomafia corleonese intercettati nel carcere di Opera sono serissimi, e dimostrano, semmai, quanto ci si sia avvicinati a verità nascoste e pericolose con un processo che Riina mostra di temere come nessun altro; le indagini sui carabinieri tirati in ballo da Masi sono nient’altro che un atto dovuto, e chi pensa che non si debbano fare a 360 gradi mostra di non tenere in nessun conto le regole. Ribattono i primi: aver inserito Masi tra i testi dell’accusa prima di compiere tutte le verifiche sulla sua versione dei fatti è sintomo di un pregiudizio favorevole nei suoi confronti e contrario per gli altri.  Gli scambi di accuse e contraccuse potrebbero andare avanti, a conferma di una frattura difficilmente sanabile. Negata però dal procuratore Messineo (lasciato al suo posto dal Csm che ha archiviato la pratica per incompatibilità ambientale): «Non ci sono spaccature, ma diversità di opinioni, anche accese, su singoli procedimenti, fisiologiche in qualsiasi ufficio giudiziario». Per lunedì il ministro dell’Interno Alfano ha convocato un comitato per la sicurezza alla presenza dei magistrati minacciati; da Di Matteo alla Principato, più altri di Palermo, Trapani e Caltanissetta. Come a far intendere che il governo si prende cura di tutti. Senza distinzione di «schieramento».

 

di Giovanni Bianconi

Il Corriere della Sera