Il ladro ucciso al posto di blocco: lo sparo è di un altro carabiniere

carabinieri controlliL’esame del Ris: il proiettile uscito dalla pistola di un collega, non dall’arma del militare caduto a terra perché investito dall’auto

Bergamo, 21 gennaio 2014 – Vale come una firma. Ogni canna di pistola traccia delle striature uniche sui proiettili sparati. Come le ha lasciate la Beretta calibro 9 sul colpo che ha raggiunto Behexhed Bushi, 26 anni, l’albanese di Grumello del Monte che la notte del 23 novembre aveva forzato un posto di blocco dei carabinieri, tra Telgate e Bolgare. Aveva appena rubato le slot machine al bar «In piazza» di Villongo, con due complici. Poi, uscito di strada, è morto mentre gli altri lo hanno lasciato lì agonizzante. Il colpo di scena arriva dagli esami del Reparto investigazioni scientifiche di Parma. Il proiettile che si è conficcato sotto la scapola sinistra dell’albanese ed è uscito a ferire la mandibola non è del carabiniere che si pensava avesse colpito il giovane, secondo una prima ricostruzione della dinamica della sparatoria. È stato invece sparato dalla pistola di uno dei due colleghi del Nucleo operativo e radiomobile di Bergamo che si trovavano insieme a lui. Come è potuto accadere? Il pubblico ministero Giancarlo Mancusi, che ha indagato per omicidio colposo ed eccesso colposo di legittima difesa i tre carabinieri che quella notte risulta abbiano sparato, si affiderà ad un esperto per ricostruire nei dettagli quanto accaduto. Per il momento, il quadro si basa sulle parole dei militari raccolte dal pm stesso nell’immediatezza dei fatti e sui rilievi. Dunque, è così.

Quel venerdì, i tre sono di pattuglia su una Fiat Bravo dopo una serata di maxi controlli contro i furti. Verso le 2,30 ricevono la segnalazione: tre uomini hanno appena forzato il bar di Villongo e sono in fuga su una Mercedes Classe C rubata nella Bassa Bergamasca. La direzione è verso Palosco. Allora la pattuglia che è in zona si piazza alla rotatoria tra Bolgare e Telgate e i tre militari scendono. La Mercedes arriva e loro si sbracciano per indicare al conducente di fermarsi. Due sono più vicini all’auto rubata, uno invece è dall’altra parte dello spartitraffico. La Classe C pare rallentare, poi invece riprende velocità. Uno dei carabinieri racconta di essere stato investito ad un ginocchio (c’è una prognosi di 20 giorni), di essere caduto e che allora dalla sua pistola è partito un colpo. «Non so se è stata la concitazione, oppure il contraccolpo per la caduta», la sua versione. Non nasconde nulla, ma non è in grado di spiegare. Però non è l’unico ad aver premuto il grilletto: otto i bossoli che verranno ritrovati. I colleghi, però, avrebbero detto di aver sparato in aria per intimidire i banditi in fuga. Due malviventi scappano, l’automobilista è agonizzante. Ha uno sparo sotto la scapola, l’osso del collo rotto ed è una maschera di sangue. È morto per lo sparo o per lo schianto? La relazione completa dell’autopsia ancora non c’è, ma prevale la prima ipotesi. Ora si scopre che il proiettile che l’ha colpito non è del carabiniere caduto. Che cosa cambia? Per il momento nulla. Tutti e tre gli uomini in divisa che hanno premuto il grilletto (era arrivata anche una seconda pattuglia di Grumello ma è fuori dalle indagini) sono indagati per lo stesso motivo. «Vedremo la perizia», si limita il loro avvocato Ettore Tacchini. Il magistrato, però, vuole vederci chiaro: è vero che la legittima difesa può essere invocata per tutelare un’altra persona in pericolo oltre che se stessi, ma nella dinamica dei fatti c’è qualcosa che non torna. Dove si trovava di preciso il militare che ha colpito l’albanese? In quale momento ha sparato? Chi voleva proteggere? La traiettoria è dal basso verso l’alto. È possibile che il ventiseienne si trovasse chino sul volante. Si può dare per certo che avesse il finestrino abbassato. Non c’erano tracce di pallottole, così come nella Mercedes. A chiarire i dubbi sarà la consulenza balistica.

Giuliana Ubbiali
Fonte: Corriere della Sera