Teste intimidito durante il processo: aula sgomberata

giustiziaNapoli, 21 gennaio 2014 – Urla, bestemmie, pugni sul vetro blindato, scambi di minacce, offese. Avviene tutto in una manciata di minuti, quando il testimone sostiene di non riconoscere come propria la lettera mostratagli da uno degli avvocati.

Quinta corte di assise, scoppia il finimondo, tanto da spingere il pm anticamorra Michele del Prete a chiedere di sospendere l’udienza. È il giudice Adriana Pangia a chiedere poi l’intervento delle forze dell’ordine che fanno sgomberare l’aula. Almeno una trentina di soggetti identificati, sono tutti parenti dei sei imputati per l’omicidio di Masiello, delitto consumato due anni fa ai Quartieri Spagnoli.

E non è tutto: anche il testimone viene allontanato, mentre intreccia minacciosi insulti e gestacci con un paio di imputati e con le stesse persone del pubblico.

Qual è il punto? Perché in assise è scoppiato il finimondo? Decisiva la richiesta di un avvocato di far leggere al testimone (che è il cugino della vittima, uccisa a 22 anni) una lettera mandata a uno degli imputati. Cosa c’era nel testo? Stando a quanto raccolto in aula, nel documento c’era scritto “so che non siete stati voi ad uccidere”, ma il teste non ha riconosciuto la lettera: non è mia, non l’ho scritta io.

Così è scoppiato l’inferno, con decine di uomini e donne che sbattono pugni sul vetro antiproiettile urlando “dici la verità bastardo”, mentre il testimone ha risposto “se vuoi stasera vengo a casa vostra”. Udienza sospesa, polizia penitenziaria, polizia e carabinieri hanno immediatamente identificato quelli del pubblico.
di Leandro del Gaudio
Fonte Il Mattino