Vittima di violenza nel carcere minorile, chiesto maxi-risarcimento al ministero

carlo saturnoLa vicenda di Carlo Saturno, il 24enne suicida dopo aver subito abusi nel penitenziario di Lecce da parte di tre agenti per i quali i reati sono stati prescritti. “Regime di repressione, intimidazione e svilimento morale”

Lecce, 22 gennaio 2014 – Piovono richieste di risarcimento milionarie per i presunti abusi commessi nel carcere minorile di Lecce. Il processo penale a carico di tre agenti di polizia penitenziaria è finito senza un colpevole ma sugli imputati, “aiutati” dalla prescrizione, pende ora la spada di Damocle di un nuovo procedimento davanti al giudice civile. Al suo cospetto si riaprirà il caso di Carlo Saturno, dall’età di 15 anni detenuto nell’istituto penitenziario leccese e a 24 anni morto in circostanze misteriose in quello di Bari. La sua famiglia ha citato in giudizio il comandante degli agenti in servizio nel carcere salentino, Gianfranco Verri, due suoi collaboratori, Giovanni Leuzzi e Ettore Delli Noci, e il ministero della giustizia, responsabile “di un regime di repressione, intimidazione e svilimento morale” instaurato nei confronti di adolescenti.

Salato il conto da pagare, secondo gli avvocati Tania Rizzo e Piero Mongelli, che hanno quantificato in 250.000 euro il presunto danno causato dai tre agenti e in 500.000 quello che dovrebbe pagare il Governo. Poco più di un milione di euro per risarcire comportamenti che già la Procura di Lecce ha ritenuto disumani e degradanti, al punto da chiedere e ottenere nel 2008 il rinvio a giudizio dei tre uomini e di altre sei persone, tra poliziotti e personale medico del penitenziario, accusati di maltrattamento verso minori e abuso di autorità. Lì, tra celle e corridoi, secondo la pubblica accusa, Carlo Saturno e altri giovanissimi detenuti sarebbero stati protagonisti di un vero e proprio film dell’orrore. Gli atti del processo penale, parte dei quali confluiti nell’atto civile, parlano di “minori picchiati, umiliati, denudati e perquisiti”, di “dichiarazioni autoaccusatorie estorte con la forza”; di giornate intere trascorse in cella d’isolamento “completamente nudi, senza coperte né materasso”.

Raccontano di come i ragazzi, definiti con disprezzo “carcerati”, tentassero di denunciare abusi sessuali subiti da altri detenuti ricevendo in cambio l’indifferenza delle “guardie”, di come durante i colloqui con i familiari venissero controllati “onde evitare che denunciassero le violenze subite” e anche della “sordità” dimostrata dall’amministrazione penitenziaria di Bari “più volte messa al corrente dei problemi dell’Ipm di Lecce”. In relazione al caso specifico di Saturno viene ricordata la violenta testata sferrata da un agente nel luglio 2003 e i conseguenti danni all’orecchio, e la successiva aggressione subita da parte di altri poliziotti, che lo avrebbero immobilizzato sul letto, denudato e poi colpito ripetutamente nell’aprile 2004, senza tralasciare le botte inflitte proprio da Verri che gli avrebbero provocato danni all’apparato dentale. Quel clima di violenza e le continue vessazioni a cui Carlo sarebbe stato sottoposto avrebbero determinato in lui “uno stato di sofferenza e turbamento psico-emotivo lesivo della sua integrità” confermato dalla terapia psichiatrica, basata anche sulla somministrazione di farmaci, a cui venne sottoposto, nonostante la giovane età. E se quei presunti reati sono stati ritenuti sussistenti dal gup ma non perseguibili dal Tribunale, che nel 2012 ha dovuto dichiararne la prescrizione, la famiglia del giovane detenuto vuole ora riaprire il caso in sede civile, puntando a dimostrare” le gravi violazioni della dignità delle persone” e “i trattamenti inumani e degradanti” tenuti negli anni tra il 2002 e il 2005 nel carcere minorile di Lecce.

Presunti abusi di cui per primo il ministero della Giustizia viene chiamato a rispondere avendo ignorato il “regime di repressione e intimidazione instaurato da quell’amministrazione penitenziaria”. A Bari, intanto, ancora si attende la fissazione dell’udienza davanti al gip per discutere la seconda richiesta di archiviazione presentata dalla Procura in merito alla morte sospetta, avvenuta il 7 aprile 2011 a distanza di qualche giorno da una lite con un agente in seguito alla quale il ragazzo si sarebbe impiccato. Anche su quel fronte la famiglia non vuole arrendersi e ha presentato opposizione, convinta com’è che Carlo – nonostante la vita distrutta e le violenze subite dentro e fuori dal carcere – non avesse alcuna intenzione di togliersi la vita.

Chiara Spagnolo
Fonte: La Repubblica