Sordo fin da bambino, 12enne non capisce i controllori e viene multato sul bus

studenti autobus1La mamma: “Ha l’abbonamento ma non capiva, è stato umiliato”. Il bambino fu colpito a pochi mesi da una meningite batterica e a 3 anni operato. Stava tornando da scuola

Firenze, 24 gennaio 2014 – Succede così. E’ il 21 gennaio, Emanuele, 12 anni, sordo profondo da quando era in fasce e disabile certificato, sulla testa una cicatrice di 70 punti e un apparecchio a impianto cocleare, in pratica una scatolina di 5 centimetri color blu elettrico incollata sopra l’orecchio sinistro, sta tornando a casa da scuola in bus, linea 14. Lieve scossone, fermata, le porte che si aprono, le porte che si richiudono. “Biglietto prego”. I controllori sono i soliti due, la gente fruga in borsa o in tasca, il lettore ottico fa beep beep. “Biglietto!”, uno dei due si rivolge anche a Emanuele. Ma Emanuele non risponde. Sta lì immobile, ha l’abbonamento annuale a costo ridotto per disabili, è ovvio, ma lui non può, non sa dirlo, a stento articola: “Non capisco”, il suo impianto cocleare blu in bella vista, la cicatrice evidente fra i capelli: “Io non capisco…”. “Hai il biglietto?” insiste il controllore, qualcosa in Emanuele dovrebbe rendere evidente che a lui non si può rivolgersi come agli altri, ma l’uomo no, è un controllore, appunto, e deve fare il suo mestiere, “fammi vedere il biglietto, o l’abbonamento”, gli dice ancora una volta. Di sicuro, Emanuele deve aver tentato di fare qualcosa, di sicuro ha tirato fuori il diario con dentro i suoi dati, sennò non si spiega da dove il controllore abbia preso nome cognome e indirizzo, perché Emanuele non è in grado di dire “via… numero… città…”, nemmeno il cognome, non ci riesce, e insomma, il controllore trascrive tutto su un verbale e glielo consegna. Deve avergli anche detto “questo dallo ai tuoi genitori, ora devi portare l’abbonamento all’Ataf per farcelo vedere, ma intanto la multa è di 7 euro”, così dice la legge. Nel diario c’erano anche i numeri di cellulare di babbo e mamma, in bella vista, ma chissà perché il controllore non ha pensato che forse, nel caso di quel bambino muto con quell’aggeggio sul cranio, era meglio telefonare ai genitori, prima di coinvolgere lui. Macché. Verbale, e multa, così dicono le regole, anche se non quella cruciale del buon senso, altrimenti detta umanità, misericordia, insomma, cose che non rientrano nei contratti aziendali e nemmeno negli integrativi. Emanuele arriva a casa, mostra il verbale ai genitori. Cosa è successo, gli chiedono babbo e mamma, ma lui sta piangendo, ora: “Io non ho capito, io sono scemo”.

E’ una triste storia fiorentina quella raccontata dalla signora Valeria, madre di quattro figli, di cui Emanuele è il terzo. Un bambino bellissimo con gli occhi azzurri, sordo da quando aveva pochi mesi per una meningite batterica, operato a tre anni alla testa, dove adesso alloggia l’auricolare che gli fa sentire suoni e rumori, quelli sì, ma non gli ha restituito del tutto la parola, e nemmeno gli consente di tradurre i suoni in una domanda a cui lui possa dare una risposta coerente. Almeno non se lo si affronta con frasi fatte, che lui non conosce, senza cercare di comunicare con lui nel “suo” modo, “del resto”, dice la mamma, “che in Emanuele qualcosa non vada è evidente a chiunque”.

Ma non è finita, perché un controllore che sbaglia può sempre essere un caso isolato, e invece no, quando Valeria si precipita al numero verde dell’Ataf per chiedere spiegazioni, dopo 6 minuti buoni di attesa cade la linea e lo stesso succede al numero del centralino. E allora il marito furibondo va di persona in viale dei Mille, alla sede dell’azienda, dove si sente dire “riempia lo stampato per il reclamo”, ma sia chiaro, “per non pagare dovrà fare ricorso al verbale e comunque” – di nuovo – “deve pagare 7 euro, come se Emanuele l’abbonamento non lo avesse avuto con sé, e non avesse potuto esibirlo”, mentre semplicemente non aveva capito che cosa si voleva da lui, quel giorno, sull’autobus numero 14. Non vedete che questo è un caso speciale, a sé, diverso dagli altri? No, nessuno se ne sta accorgendo, all’Ataf.
“Volendo considerare anche l’umiliazione subito da mio figlio, e la nostra rabbia di genitori”, dice Valeria, beh: tutto ciò non si potrà mai risarcire. “Tutto quello che abbiamo fatto fino ad oggi, il tentativo nostro, della scuola, dei terapisti, di farlo sentire normale, e responsabile, in grado di prendere l’autobus da solo e andare e tornare a scuola da solo, come gli altri, è stato azzerato da chi non ha dimostrato nemmeno un po’ di pietas per un ragazzino già sfortunato”.
I genitori di Emanuele hanno scritto all’assessorato alla mobilità del Comune, che ha subito offerto la propria solidarietà impegnandosi a interpellare a sua volta l’azienda dei trasporti per poi far avere notizie alla famiglia. Ha risposto anche il presidente della Regione Enrico Rossi, esprimendo “profondo rammarico” per l’accaduto, e informando di aver invitato l’Ataf a chiarire l’episodio. E in tarda serata si è fatta viva l’Ataf, con una telefonata a casa di Emanuele: “Mi hanno detto che domani (oggi, ndr) convocheranno il controllore e sentiranno la sua versione” spiega mamma Valeria. A occuparsi della vicenda il presidente dell’azienda in persona, Renato Mazzoncini: “Cercheremo di capire cosa è accaduto”, spiega “e se è stato rispettato il giusto equilibrio fra rigore e sensibilità indispensabile in casi del genere”.

Maria Cristina Carratù
Fonte: La Repubblica