Il suo corpo trovato dopo 7 mesi: il giallo della morte di Provvidenza

provvidenza grassiSparì a luglio, il cadavere vicino all’auto. L’ipotesi dell’incidente stradale, ma non si esclude l’omicidio. I buchi nelle ricerche

Messina, 25 gennaio 2014 – Dicevano di averla cercata battendo palmo a palmo quei venti chilometri che vanno da Rometta a Messina, controllando con agenti e volontari, macchine ed elicotteri l’anello autostradale dove invece Provvy, come tutti chiamavano Provvidenza Grassi, alta e bella, ha finito la sua corsa e la sua vita ad appena 27 anni, sei mesi fa, la notte fra il 9 e il 10 luglio.

Con un tuffo da uno degli ultimi viadotti che svetta sullo Stretto, vicino allo svincolo Gazzi, appena fuori la galleria, giù per più di trenta metri, piombando con la sua 600 bianca fra alberi e rovi, accanto alla base di un pilone, a ridosso di un casotto usato come cabina elettrica, ridipinto a settembre da operai che, anche loro, non si sono accorti di niente.
E adesso che un elettricista, tornato giovedì in quella cabina per un guasto, s’è finalmente incuriosito davanti alla carcassa bianca con le ruote aggrappate ai rami di un abete, la fine di Provvy diventa un giallo. Con i carabinieri del Ris chiamati a controllare tracce biologiche, impronte, eventuali strisciate di altre auto.

Perché la commessa di un negozio di casalinghi che s’era separata dal marito e che quella sera tornava da una cena con amici in casa del fidanzato, Fabio Lo Schiavo, frattanto arrestato per droga e ora ai domiciliari, potrebbe aver perso il controllo per la velocità, con l’auto schizzata come un proiettile sul guardrail piegato come la latta delle sardine. O potrebbe essere stata spinta da un’altra auto, per errore o volontariamente. O ancora qualcuno potrebbe avere attuato una clamorosa messa in scena facendo rovesciare la Seicento sotto il pilone spingendola giù da una stradina sottostante. Ma in questo caso l’assassino, se ci fosse, avrebbe avuto l’accortezza di strappare prima la targa anteriore dell’utilitaria e incastrarla lassù, fra le lame contorte del guardrail, nel punto in cui incredibilmente questa barriera troppo bassa si apre come un trampolino di lancio senza che la Polstrada o gli addetti del Consorzio siciliano autostrade si siano mai accorti dell’insidia.

Ecco il punto oscuro di questa vicenda che ha fatto infuriare negli ultimi mesi una madre distrutta dal dolore come la signora Maria e il padre di Provvy, Giovanni Grassi, impiegato in una casa di cura privata, gli occhialoni scuri per celare la pena e la rabbia per ricerche mal fatte e mal condotte. Con l’effetto che quel corpo è rimasto immobile e invisibile mentre si decomponeva sotto il sole o sotto i fulmini. Adesso si aggrappano a verifiche ed esami del colonnello Sergio Schiavone e dei suoi carabinieri del Ris di Messina. Ma una certezza ce l’hanno: «Non può essere stato solo un incidente stradale, c’è qualcos’altro e adesso bisogna indagare, come finora non s’è fatto».

La collera è grande. Anche per l’immagine che i media hanno dato della commessa che viveva da sola, probabilmente ignara di essersi fidanzata con uno spacciatore. E così l’avvocato di famiglia, Giuseppina Iaria, mentre avvia sue indagini e nomina suoi periti, annuncia querele. Pure contro «Chi l’ha visto?». Per una trasmissione tv che ha inquietato mamma e papà Grassi. Sconcertati pure dagli errori di qualche esperto. Compresa la rilevazione della cella del telefonino di Provvy che indicava come ultima destinazione la sua casa. E invece stava sepolto laggiù, trenta metri sotto il viadotto.

Felice Cavallaro
Fonte: Corriere della Sera

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