”Voleva spararmi, ma ho avuto la meglio”

Foto: Il Tirreno
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Parla l’agente aggredito: ”Mi ha rubato l’arma e ha premuto più volte il grilletto, ma c’era la sicura”

Livorno, 27 gennaio 2014 – «Quell’uomo voleva uccidermi, ha premuto più volte il grilletto della mia pistola, puntandomela contro. È stato terribile. Prima mi è saltato addosso, all’interno di una buca profonda circa 6-7 metri. Poi siamo rotolati nel fango, e nel corpo a corpo lui mi ha sottratto l’arma. Era un energumeno, grosso e molto robusto. Ma per fortuna la mia pistola di servizio aveva la sicura. Una strategia di sicurezza che ti insegnano in polizia e che in questo caso mi ha salvato la vita».
A parlare è Andrea Maffei, 39 anni, assistente capo della Polizia di Stato, per cui lavora da ben 18 anni. E negli ultimi 13 è stato al servizio della questura di Livorno: infatti ha lavorato per 12 anni nel commissariato di Piombino, mentre da uno è operativo in città, nelle volanti. L’altra mattina era in servizio insieme alla collega Ilenia Galati, 26 anni, nuovo acquisto della questura livornese, al suo primo incarico in polizia. Sono loro i protagonisti della terribile avventura avvenuta in via dell’Elocogia. «Ce la siamo vista brutta – sorride Maffei, ormai lontano dal pericolo – però è stata dura». In tanti anni di servizio, mai il poliziotto si era trovato coinvolto in una colluttazione così violenta. «Io e la mia collega – prosegue Maffei – ci siamo trovati davanti a due persone pericolose e senza scrupoli, che hanno anche rischiato di fare del male anche agli operai della ditta dove è avvenuto il fatto».

Ma andiamo con ordine.
Come è nato l’intervento di sabato mattina?
«Tutto è partito da una segnalazione al 113 di un furto di rame in un negozio in zona ospedale. Appena abbiamo sentito l’allarme, mentre un’altra volante andava sul posto, io e la collega abbiamo cominciato a pattugliare le aree dove di solito i malviventi nascondono la refurtiva. E via dell’Ecologia è uno dei loro posti preferiti perché, oltre a prestarsi al nascondiglio, è anche vicina alla Variante e alla via delle Sorgenti, quindi ad ottime vie di fuga».
Dove e come avete intercettato l’auto sospetta?
«La Skoda in questione era davanti al canile comunale (luogo spesso teatro di spaccio e sfruttato per occultare varia refurtiva ndr). È stato facile individuarla perché era ferma davanti al cancello e fuori c’era un uomo, che poi s’è rivelato essere il kosovaro in questione, che armeggiava accanto al cancello del canile e alla recinzione adiacente. Noi gli abbiamo intimato l’alt, ma lui è montato al volo sull’auto, che ha preso la fuga verso l’interno, in una direzione che noi sapevamo essere senza uscita».
Quindi li avete inseguiti?
«Esatto, ma loro si sono rivelati subito spregiudicati».
Quando ha intuito che la situazione si faceva pericolosa?
«L’ho capito quando poco dopo, ho visto l’auto sfrecciare a velocità folle all’interno di una ditta (la Cliri srl ndr) e proseguire accelerando, nonostante sul piazzale ci fossero degli operai: lì ce n’erano due e altri due si trovavano a pochi passi. Uno di loro è stato sfiorato dall’auto in corsa: era terrorizzato. La Skoda ha proseguito per altri 400 metri in una strada sterrata: lì c’è una cava con la buca, dove poi è avvenuta la colluttazione. A quel punto l’auto s’è fermata: i due sono saltati fuori e hanno cominciato a correre. Uno ha fatto subito perdere le sue tracce verso la campagna, io quindi mi sono concentrato sull’altro. E mentre lo inseguivo a piedi, ho detto alla collega di chiamare i rinforzi via radio dalla volante».
Quanto è durato l’inseguimento?
«La paura è stata tanta e la concitazione pure. Ma il tutto è durato pochissimi minuti. Lui, correndo, si è lanciato nella buca e io dietro di lui. E nel momento in cui stava per risalire la china, io l’ho afferrato bloccandolo, ma lui invece di calmarsi, ha reagito con violenza e mi si è scagliato contro. Era determinato a combattere, cosa che mi ha molto colpito. Quindi siamo rotolati nel fango e nel corpo a corpo lui mi ha preso la pistola dalla fondina, puntandomela al fianco. Sono stati attimi terribili».
Come è riuscito poi a riprendere la pistola e il controllo della situazione?
«A quel punto ho usato tutta la mia esperienza. Negli anni ho fatto corsi specifici per chi opera nel controllo del territorio. Allora con il braccio sinistro l’ho “abbracciato”, bloccandolo al collo e con il destro l’ho disarmato. Quindi è intervenuta la collega che ha dimostrato grande freddezza: da sopra mi ha aiutato a immobilizzarlo e ammanettarlo. Per fortuna è andato tutto bene, anche grazie al fatto che il questore ha aumentato le pattuglie per il controllo del territorio, cosa che ci fa lavorare meglio».

Lara Loreti
Fonte: Il Tirreno

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