”I 18 mila Dna di Yara? Fuori dalla banca dati”

yaraParla il vice direttore della Polizia scientifica di Roma

Bergamo, 28 gennaio 2014 – Nell’indagine sull’omicidio di Yara Gambirasio sono stati prelevati e comparati profili del 2% della Bergamasca con quello del presunto killer Basterà interrogare un cervellone elettronico per scovare se il Dna trovato sulla scena del crimine appartiene a una persona schedata nelle banche dati dei 27 Paesi europei. Il database nazionale è stato istituito nel 2009, ma non è ancora operativo. Lo deve essere entro l’anno o l’Italia sarà fuori dal trattato di Prum per la cooperazione nella lotta al crimine. Regole, tempi e criteri sono tracciati. Per esempio, gli indagati non possono finire in questo gigantesco archivio. Tanto meno chi, come le 18.000 persone di mezza Bergamasca sottoposte al test per l’indagine sull’omicidio di Yara, non è nemmeno sotto indagine. A chiarire ombre e dubbi è Nicola Cimino, vice direttore della Polizia scientifica di Roma e, nota curiosa, primo giorno di lavoro in polizia alla questura di Bergamo il 2 gennaio del 1984.

La banca dati è stata istituita nel 2009, ma non è ancora operativa. A che punto è? 
«Per costituirla, sono stati creati due tavoli: uno tecnico delle forze di polizia, per indicare come si devono effettuare il prelievo e il campionamento di materiale sulla scena del crimine, e l’altro politico, per discutere del regolamento di attuazione».

Che cosa manca? 
«L’emanazione definitiva del regolamento di attuazione che coinvolge i ministeri dell’Interno e della Giustizia. Nelle linee generali, è stato redatto e ora è all’esame del Garante. Si vorrebbe far partire la banca dati prima del semestre della presidenza dell’Unione Europea di luglio, quindi verso maggio-giugno».

Il laboratorio centrale c’è ed è nel carcere di Rebibbia. 
«Sì, ci sono anche i macchinari. Serve il personale, che va formato e reclutato attraverso i concorsi. Ci si può avvalere anche di laboratori privati, purché accreditati».

In questa banca dati entreranno le impronte digitali e i profili genetici di chi? 
«Di tutte le persone sottoposte a misura cautelare e gli arrestati per delitti non colposi. Per alcuni tipi di reati, per esempio lo scippo, il prelievo è possibile solo nel momento in cui c’è stata la convalida dell’arresto».

Sono esclusi i reati fiscali e contro la pubblica amministrazione.
«Sì, così prevede la legge».

E degli indagati? 
«Assolutamente no, il prelievo non è previsto».

A Bergamo, sono stati raccolti 18.000 Dna nell’ambito dell’indagine su Yara. Appartengono a persone che non sono indagate. Questa moltitudine di lavoro che fine farà? 
«Non verrà mai inserita nella banca dati. Questi Dna si possono comparare solo con il profilo di “Ignoto 1” individuato sulla scena del crimine».

Una nota del Garante ha indicato, però, che i profili raccolti nell’ambito di un’indagine possono essere utilizzati anche per un’altra indagine.
«È la magistratura che decide se autorizzarlo. Comunque questa raccolta non ha nulla a che vedere con la banca dati del Dna che non include i profili di persone solo indagate, tanto meno di quelle non indagate».

Si inseriranno solo i dati raccolti dal momento dell’operatività della banca dati in poi, oppure anche il lavoro pregresso? 
«Per quanto riguarda i detenuti, circa 60.000, il personale della polizia penitenziaria dovrà effettuare il prelievo e l’inserimento dei loro profili nel giro di un anno. Lo stesso tempo che Ris e Polizia scientifica avranno per inserire i profili rilevati dai rispettivi uffici nel corso delle indagini, previo nulla osta dell’autorità giudiziaria. Abbiamo già preparato gli elenchi, non appena il sistema entrerà in vigore invieremo una lettera ad ogni singolo pm per chiedere le autorizzazioni».

Materialmente, come funzionerà l’accesso alle informazioni?
«La banca dati avrà un suo ufficio con un responsabile, nella Direzione centrale della polizia criminale-servizio per il sistema informativo interforze. L’inserimento e la consultazione verranno autorizzati dalla magistratura. Se un profilo dovesse fare match con un altro profilo, produrrà un allarme che sarà trasmesso all’ufficio di polizia autorizzato dalla magistratura».

Nella pratica, per esempio, questura e carabinieri di Bergamo potranno interrogare direttamente il cervellone centrale? 
«Non direttamente. È stato creato un flusso tra tutti gli uffici territoriali. Per la Polizia di Stato sono i 14 gabinetti regionali e per l’Arma dei carabinieri i 4 del Ris. Facciamo un esempio: se sulla scena di un crimine, la Squadra Mobile di Bergamo decide di far analizzare un campione biologico, contatterà l’ufficio di Milano, che tramite quello centrale di Roma interrogherà la banca dati. Sembra un procedimento lungo, ma è veloce. La polizia ha 3 laboratori, a Roma, Napoli e Palermo. Entro il 2014 ne partiranno altri due, a Torino e a Bologna. Il Ris a sua volta ha 4 laboratori di polizia scientifica».

Nei vari istituti penitenziari verrà attivato un laboratorio per la raccolta dei profili dei detenuti? 
«Va fatta una precisazione. Bisogna dividere i campioni salivari prelevati a detenuti, arrestati e fermati dalle tracce isolate sulle scene del crimine. Il laboratorio di genetica forense aperto presso il ministero di Giustizia estrae il profilo solo dalle campionature alle persone. Quelle dalle tracce vengono estratte dai laboratori tecnici della polizia e dei carabinieri».

La legge prevede che in caso di assoluzione il profilo verrà eliminato. 
«Lo confermo, deve essere distrutto sia il campione di materiale biologico che l’inserimento del profilo nella banca dati».

Dove sta il confine tra tutela della privacy e lotta al crimine?
«Tenga conto che il regolamento è al vaglio del Garante, che è stato molto attento e meticoloso nell’analisi di questo regolamento. Certo è che, a livello investigativo, più profili si inseriscono e maggiore è la possibilità di comparazioni. Evidentemente, però, prevale il rispetto del diritto di ogni persona assolta di vedersi cancellati i suoi dati».

Poter confrontare un profilo genetico con gli altri di tutta Europa sarà una grande risorsa investigativa. 
«Certo, lo scambio di profili e impronte con i 27 Paesi dell’Europa darà un’opportunità in più nell’attività investigativa. Facciamo un esempio pratico: se la banca dati fosse già attiva, si potrebbe confrontare il Dna trovato sulla scena di un delitto con quelli di persone già arrestate due anni fa in Germania, Spagna o Francia, dove gli archivi già funzionano».

Il confronto sarà veloce? 
«Velocissimo».

Questione di ore? 
«Direi che la risposta può arrivare nel giro di minuti».

Che importanza ha il Dna nella soluzione dei casi? 
«Molta. È anche una questione di qualità delle prove. Se un pm riesce a portare delle impronte digitali o il Dna di questa banca dati a processo, il dibattimento è già terminato. Sono elementi probatori difficilmente contestabili dalla difesa. La legge, infatti, è stata attenta e ha previsto che i profili debbano provenire da laboratori accreditati secondo regole precise: macchinari eccellenti comuni in tutta Europa, strumenti a prova di contaminazione e profili già studiati per due volte».

Tutto questo costa 16 milioni di euro. 
«Sì, è quanto stanziato nel 2009. Il mantenimento dell’attività costerà inoltre 1 milione e 800 mila euro all’anno. Non sono cifre enormi rispetto a tante altre spese per altri impianti tecnologici. Inoltre, avremo la possibilità di indagare sui cold case, quei casi irrisolti con reperti che ora potranno essere confrontati con migliaia di profili genetici».

Giuliana Ubbiali