”La Marina Militare si scusi e mi restituisca l’onore perduto”

Foto: Il Tirreno
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Parla David Grassi, l’ufficiale ‘signornò’: punito per aver impedito che il comandante scaricasse migliaia di litri di petrolio da una nave militare

Livorno, 28 gennaio 2014 – David Grassi, l’ufficiale ambientalista a cui è stata restituita la dignità 12 anni dopo una punizione ingiusta, cita Platone e la metafora del marinaio senza un approdo per spiegare «l’importanza di restare sui binari della correttezza». E porta come esempio “Il Piccolo Principe”, invece, se gli domandi quale strada stia percorrendo alla ricerca di giustizia e verità. «Nella vita – dice – è necessario mantenere lo spirito e la curiosità di un bambino, guardando sempre ai bisogni dell’altro. Altrimenti – va avanti – si rischia di fare la fine del Re che dice al Sole di sorgere anche quando deve tramontare. Questo mi hanno insegnato i miei genitori e questo cerco di trasmettere a mio figlio, che ha 10 anni, e ai ragazzi che alleno. Perché gli ordini devono essere rispettati quando corrispondono al naturale corso delle cose, altrimenti devono essere discussi e fino a quando una persona chiede spiegazioni è giusto soddisfare la sua curiosità».
Così il tenente di vascello ha fatto il 23 febbraio 2002 quando – con altri due colleghi – era a bordo della nave militare Maestrale in missione Enduring Freedom nel mare arabico, e si è rifiutato di eseguire l’ordine di gettare in mare migliaia di litri di liquidi oleosi, provenienti dal motore e che si erano accumulati nella sentina.
La settima scorsa il Tar di Genova ha accolto, almeno in parte, il suo ricorso cancellando la punizione che aveva ricevuto: 15 giorni di arresto, ma senza riconoscergli il risarcimento che aveva chiesto per il danno subito, una carriera rovinata per sempre.

Ora che tre giudici hanno riconosciuto che quella punizione era sbagliata, che cosa sogna David Grassi?
«Intanto è solo una prima tappa. Perché la Marina può rivolgersi al Consiglio di Stato e la sentenza potrebbe essere rovesciata. In ogni caso, mi piacerebbe che l’organizzazione ammettesse di aver fatto una sciocchezza e mi aiutasse a fare pace con il passato. Mi restituisse, insomma, quello che ho perso: la mia vita. Quando ho ricevuto quella punizione avevo 29 anni e delle aspirazioni a carattere personale. Volevo fare esperienze come individuo e come ufficiale che non mi sono state concesse. Ad esempio quella di tornare a Livorno, in Accademia, ad insegnare. Invece con questa decisione il tribunale ha fatto una cosa semplice: ha cancellato il risultato di una partita ma non l’esito del campionato».
Dopo quello che è successo a bordo della fregata ha girato per 9 anni fino al giorno del congedo.
«Quando siamo sbarcati, nel giugno 2002, sono stato prima messo in ferie forzate per due mesi e poi destinato alla nave di altura Orione, che ironia della sorte svolge un lavoro di prevenzione e controllo degli sversamenti in mare. Da lì sono passato all’Arsenale, a La Spezia, sulla nave San Giorgio e infine trasferito a Genova. Poi nel 2011 facendo il pendolare ho avuto un incidente stradale le cui conseguenze, assieme a quelle psicologiche per ciò che era avvenuto nel 2002, mi hanno portato a congedarmi».
Come ha vissuto quegli anni?
«Male, perché tutti i santi giorni il pensiero di aver subito un torto ha condizionato il mio comportamento. Era come avere una spada di Damocle sulla testa. A livello interno avevo scelto il binario della rigidità. Ero arrabbiato perché mi sentivo di dover dimostrare ogni giorno che non ero il ragazzo cattivo che mi avevano accusato di essere, ma un militare migliore, il migliore. Solo così potevo difendere ciò che era stato calpestato. Ma purtroppo a livello caratteriale sono diventato diffidente, prevenuto e forse nemmeno tanto simpatico».
Del capitano che le ha rovinato la carriera però non vuole fare il nome.
«Sulla mia bacheca Facebook qualcuno dei miei amici in questi giorni ha cercato di mettere il link con il suo nome, ma io l’ho tolto. Dopo questa sentenza dovrebbe essere la Marina a chiamarlo per chiedergli conto di quello che è successo. Di come si è comportato. Da parte mia né lo giustifico né tantomeno lo perdono perché il comandante di una nave è responsabile di tutto quello che avviene. Ma in questo caso i colpevoli sono altri».
Come altri?
«Le faccio un esempio. Se il preside entra in classe mentre gli alunni fanno confusione, va dall’insegnante e chiede spiegazioni su quanto è accaduto? Bene, a questo punto l’insegnante dovrebbe ricostruire quanto successo. Ecco, nel nostro caso l’insegnante, il nostro diretto superiore, ha mandato tutti dal preside senza dire che cosa avessimo fatto, bensì sostenendo che eravamo un cattivo esempio ed era necessario bastonarci. Infatti come scrive anche la sentenza del Tar, nessuno ha mai scritto o ci ha mai spiegato che cosa avessimo fatto di male».
E allora qual è stato il problema, l’errore?
«L’incomunicabilità. Questo accade quando chi deve gestire il confronto non lo fa. E allora tutti pensano di aver ragione».
E si crea il caos…
«Infatti in quella missione ne sono avvenuti diversi di problemi di natura tecnica. Abbiamo rischiato perché il comandante non aveva il polso della situazione. Ma persone come queste sono un refuso dentro all’organizzazione di cui ho fatto parte per 21 anni e che ancora oggi stimo e per la quale provo affetto e attaccamento».
Da quando è uscita la notizia com’è cambiata la sua vita?
«Tante persone, anche quelle che non sentivo da tempo, mi hanno contattato. E soprattutto hanno trovato spiegazioni a certi miei comportamenti. Perché in questi anni avevo scelto la strada della riservatezza».
Però la telefonata che aspettava non è ancora arrivata…
«Sembra che questa sentenza l’abbia letta soltanto io. È vero, sono passati solo pochi giorni. Da parte mia ho chiamato vecchi colleghi e mandato una mail per creare un ponte con la Marina. Come ingegnere sono ancora all’interno, da civile, nell’amministrazione. Ma per il momento, in cambio, ho ricevuto solo silenzio. Anche per questo ho paura che questa mia esposizione venga strumentalizzata e non vorrei subire vendette».

Federico Lazzotti
Fonte: Il Tirreno

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