Furti, il Ris alle procure: “Non possiamo aiutarvi”

carabinieri ris3La nota: “non intasateci di reperti inutili, i test costano”

Parma, 1 febbraio 2014 – La nota è arrivata a più procure ed è scritta in punta di penna. Il Reparto investigazioni scientifiche di Parma, quel Ris che immediatamente si associa a tute bianche, mascherine e scene degli omicidi, invita a «valutare attentamente l’effettiva opportunità di trasmettere reperti biologici relativi a reati contro il patrimonio, in particolare se di lieve o lievissima entità». Stringi-stringi è come dire, sui casi di furti, non intasateci con valanghe di tracce dalle quali non si caverà nulla. La sezione di Biologia, leggi analisi del Dna, è già pressata da una grande quantità di lavoro per fatti di sangue. Da Parma arriva così l’invito, quando gli accertamenti sono proprio necessari, alla accurata selezione dei reperti. Vale per le tracce biologiche «conclamate», come quelle ematiche oppure la saliva sui mozziconi di sigaretta. Sono «da evitare» le richieste di accertamenti su «presunte tracce da contatto digitale», per esempio il sudore che i ladri potrebbe aver lasciato sugli oggetti maneggiati o sugli attrezzi da scasso. Sui due piatti della bilancia ci sono da un lato i costi «elevati e non sostenibili» e dall’altro la probabilità di successo «bassissima».

È comprensibile che gli esami su indumenti, armi, tracce di ogni tipo per risolvere gli omicidi non possano cedere il passo agli accertamenti sui oggetti forse toccati da chissà quale ladro senza nome. E che chi ci mette occhi, testa e conoscenze scientifiche di alta specializzazione non possa annegare nel mare magnum delle analisi. Allora, se il Ris non può, chi lo fa? Anche al Polizia scientifica è nella stessa situazione. Lo conferma il fatto che da Roma stanno studiando un nuovo metodo, da confrontare con la magistratura e gli organismi investigativi, per selezionare gli accertamenti. Quali fare prima degli altri e quali proprio non fare. Secondo indiscrezioni, quelli relativi ai furti a carico di ignoti potrebbero rientrare in questa seconda categoria. Il momento cruciale è e sarà ancora di più il sopralluogo, quando si fa. Sta all’esperienza dell’investigatore selezionare le verifiche utili da quelle da scartare per la bassissima possibilità di risultato. Il Ris, nella sua nota alle procure, ha già indicato il limitato successo che può avere l’analisi delle tracce biologiche da contatto digitale. Con la banca dati nazionale del Dna in corso di attivazione è ancora peggio, in termini di imbuto del lavoro. Istituita nel 2009 con l’adesione dell’Italia al trattato di Prum su spinta dell’Europa, per collaborare nella lotta al crimine, non è ancora operativa. Manca il regolamento di attuazione che il Garante per il trattamento dei dati personali sta controllando. Roma preme e vorrebbe farla partire entro l’estate. Comunque entro l’anno o l’Italia sarà fuori dal trattato. Custodirà i Dna dei condannati, degli arrestati e dei fermati in un laboratorio centrale nel carcere romano di Rebibbia. Materiale nuovo e già prelevato. Profili dei detenuti, ma anche (su via libera dei pm) Dna isolati da Scientifica e Ris nel corso di indagini. Altro lavoro per i quattro reparti del Ris (Parma, Cagliari, Messina e Roma) affiancati dalle 29 sezioni, e per i laboratori della polizia (Roma, Napoli e Palermo) supportati dai 14 gabinetti regionali di polizia scientifica.

Giuliana Ubbiali
Fonte: Corriere della Sera