Tentano di rubare due portafogli al ristorante cinese e finisce in rissa

entrata scuolaLecce, 1 febbraio 2014 – Ha abbandonato i panni di pusher per indossare quelli di maestra in una scuola materna del Salento. Ora, però, lo spettro del passato si affaccia nella sua vita, perché le famiglie dei piccoli, tra i tre e i cinque anni, di cui si prende cura ogni giorno, vogliono metterla alla porta. Nei giorni scorsi, alcuni genitori hanno intrapreso una vera e propria battaglia: dopo aver parlato col direttore dell’istituto, non hanno portato i figlioletti all’asilo in segno di protesta. Non solo: hanno interpellato il Provveditorato e il sindaco, chiedendo chiarimenti sulla faccenda.
La loro serenità è svanita da quando hanno scoperto che l’insegnante, una 40enne, fino a qualche mese fa è rimasta invischiata in vicende di droga, ma nonostante questo l’istituto scolastico l’ha accolta, affidandole una ventina di bambini. I loro bambini.
Il dubbio che attanaglia le famiglie è che l’educatrice non sia affidabile. Un dubbio, appunto, ma alimentato dal fatto che è caduta in errore più di una volta. L’ultima volta è accaduto nel 2012, quando i carabinieri, che la tenevano sott’occhio già da qualche tempo, piombarono nel suo appartamento. La perquisizione sciolse i sospetti, quando spuntarono due involucri, uno con quattro grammi, l’altro con cinque, di eroina purissima.
Oltre allo stupefacente, nelle mani dei militari finirono anche due bilancini di precisione e diverso materiale per confezionare le dosi. Sta di fatto che la 40enne finì dritta nel carcere di “Borgo San Nicola” per detenzione ai fini di spaccio. Per questa vicenda, nella primavera scorsa, è arrivata la condanna. Al termine del processo col rito abbreviato, il giudice Cinzia Vergine le ha inflitto dieci mesi di reclusione (oltre al pagamento di una multa di seimila euro), senza sospensione (che le avrebbe consentito di scontare la pena in libertà), perché ne aveva beneficiato dieci anni prima. È infatti datato 2004 il primo verdetto, a un anno e dieci mesi, emesso dal gip del Tribunale di Milano, col quale patteggiò, sempre per lo stesso reato. Nessuna delle due sentenze, però, ha mai vietato alla donna di lavorare. Questo perché l’interdizione dai pubblici uffici è applicabile su pene superiori ai tre anni, e oltretutto diverrebbe esecutiva solo a condanna definitiva.
Aldilà dei profili penali, il caso solleva una questione etica e morale: chi ha avuto grane con la giustizia, ha diritto ad una seconda chance. Andrebbe sostenuto e non emarginato. Ma è pur vero che quando in ballo ci sono i bambini, la loro crescita e la loro formazione, le precauzioni non sono mai abbastanza. Quale posizione prenderanno al riguardo le istituzioni? Staremo a vedere.

Veronica Valente
Fonte: Nuovo Quotidiano di Puglia