In chat a 12 anni: la madre smaschera l’adescatore

minori chatIl ricatto: “Spogliati ancora o ti metto in rete”

Bergamo, 12 febbraio 2014 – Dodici anni, sola davanti al computer, dentro il magico mondo di internet in cui distanze, inibizioni e barriere crollano come le casette costruite con le carte da gioco. Facile preda di nickname da bambina usati dagli adulti, è stata adescata da un ragazzo che le ha chiesto di spogliarsi in cambio della ricarica di crediti per un portale web. Lei credeva fosse una ragazzina come lei. Poi l’ha ricattata: «Se non fai altro, metto le tue immagini in internet». Probabilmente questa dodicenne sarebbe rimasta sotto minaccia a lungo, se non avesse telefonato alla mamma per dirle tutto. Così stavolta è stata la donna adulta a fingersi ragazzina. Si è messa al computer al posto della figlia e non appena è entrata in chat, il predatore l’ha contattata di nuovo, con le stesse identiche richieste di un paio di ore prima. È così che la polizia lo ha incastrato. È arrivata ad A.B., ventenne all’epoca dei fatti, di Torino (le iniziali perché si tratta di un ragazzo dichiarato semi infermo di mente, da tempo seguito dai servizi sociali, un contesto familiare complicato). Nei giorni scorsi il giudice dell’udienza preliminare di Brescia Paolo Mainardi lo ha condannato a 1 anno e 9 mesi di reclusione, più un anno di misura di sicurezza, per prostituzione minorile che è punita dai 6 ai 12 anni di reclusione.

La dodicenne (assistita dall’avvocato Christian Berner) è bergamasca, ma il reato è di competenza della procura distrettuale. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 2 anni e 4 mesi. L’avvocato difensore, Alda Pallini, l’assoluzione. Davanti alla polizia prima e davanti al giudice poi, il ragazzo ha sostenuto che quel giorno un amico stava usando il suo computer: «Io stavo facendo merenda». Ma quell’amico non è stato mai rintracciato. Quella chat ha portato al portatile dentro la sua camera, a suo uso esclusivo, quindi a lui. La vicenda apre uno scenario inquietante su uno strumento di cui è difficile dire quali, tra potenzialità e rischi, facciano pendere di più la bilancia dall’uno o dall’altro lato. Il mondo dell’irreale è quello in cui ha rischiato di perdersi questa dodicenne. Era il 10 ottobre del 2011, tre del pomeriggio. Internet non era uno sconosciuto. Anche lei aveva un nick name, sapeva come navigare tra «Habbo» e «Messenger», per chattare con – così credeva – ragazzine e ragazzini della sua stessa età. Come quella che l’ha intercettata e ha iniziato a farle delle domande. Le solite, del tipo quanti anni hai, dove vivi, che scuola frequenti. Roba innocua, in apparenza. Quello che è successo poi, lo ha denunciato la mamma alla polizia postale di Bergamo, innescando un’indagine che è arrivata nelle mani della Squadra crimini informatici di Torino.

«Ha chiesto a mia figlia di spogliarsi la maglia e mostrarle il seno, in cambio si sarebbe impegnata a regalarle dei crediti per Habbo. Ingolosita dal “regalo”, mia figlia ha esaudito le richieste», è la denuncia. Così ne sono arrivate subito altre, a catena. Spogliare i pantaloni, altro sì, e altro ancora, stavolta no. «Ha iniziato a minacciare mi a figlia dicendo che se non fosse andata avanti avrebbe pubblicato le immagini carpite e registrate. Allora mia figlia, spaventata, mi ha subito telefonato e ha spento il pc». È scattata la contromossa, rischiosa visto che le forze dell’ordine sconsigliano il fai da te. Stavolta è andata bene. «Mi sono messa in rete con le credenziali di mia figlia, ho iniziato a chattare e immediatamente la stessa persona mi ha chiesto di mostrarmi nuda. Se l’avessi fatto avrebbe cancellato tutti i filmati». Non c’era bisogno di altra conferma. La mamma ha sporto denuncia, la polizia si è messa al lavoro. Dalla casella di posta, è risalita al numero di telefono usato per collegarsi a internet, in questo caso un fisso. Tombola: era la casa del ragazzo, il numero intestato al padre, deceduto qualche mese prima. Il nick name era della sorellina, di 11 anni. Gli hanno perquisito la stanza, dove c’era il suo computer con dentro le tracce della casella di posta della sorellina. Lui ha ammesso, «sì l’ho usata, ma solo una volta». Quella incriminata, è la sua versione non creduta, a chattare è stato quell’amico che però per la legge è rimasto fantasma.

Giuliana Ubbiali
Fonte: Corriere di Bergamo