Abusi sessuali sul figlio di 7 anni, padre condannato a sei anni

pedofilia2La violenza sarebbe avvenuta mentre il bambino dormiva. Secondo la difesa il bambino avrebbe cambiato versione più volte e questo avrebbe dovuto indurre il collegio ad assolvere il genitore imputato

Sassari, 26 marzo 2014 – Poco prima che il presidente del collegio leggesse il dispositivo della sentenza, si strofinava gli occhi e asciugava con un fazzoletto le lacrime. Un’accusa pesantissima come quella di aver abusato del proprio figlio deve essergli pesata come un macigno in questi sei lunghi anni. Forse sperava che ieri mattina l’incubo finisse e invece è forse solo all’inizio: i giudici lo hanno condannato a sei anni di reclusione perché lo considerano colpevole di aver compiuto atti sessuali con il figlio che all’epoca dei fatti contestati – la notte del 10 gennaio 2008 – aveva sette anni. Il pubblico ministero Gianni Caria al termine della sua discussione aveva sollecitato proprio una condanna a sei anni che il collegio ha accolto in pieno.
Il presunto episodio di abusi sessuali si sarebbe verificato in un contesto familiare reso aspro da una brutta separazione. Il bambino era stato sentito durante un incidente probatorio nel quale aveva raccontato di essersi svegliato una mattina con una ferita nel sederino ma di non conoscerne l’origine. Secondo l’accusa sarebbe stato proprio il padre, durante la notte, a provocargliela con un oggetto tagliente.
Ad avvalorare questa tesi lo sfogo del piccolo che un giorno, mentre guardava «un film d’amore» con la mamma (che si è costituita parte civile) si sarebbe improvvisamente alterato urlando la frase: «Basta con questi film, me li fa vedere babbo…». Lì erano iniziati i primi sospetti.
Gli avvocati difensori Antonio Secci e Mario Spanu durante il processo hanno ricordato ai giudici che il bambino avrebbe cambiato versione più volte davanti agli esperti che lo sentivano. Hanno poi puntato molto, i legali della difesa, sulla testimonianza della nonna paterna del bambino. La donna aveva raccontato al pm e ai giudici del tribunale (presidente del collegio Marina Capitta) che il nipotino aveva sempre trascorso a casa sua le giornate (e le nottate, soprattutto) durante le quali era affidato al padre. Sempre la nonna del piccolo aveva descritto i contorni della tormentata separazione del figlio («la moglie era adiratissima con lui perché non pagava gli alimenti» aveva detto).
La difesa aveva citato in aula anche il medico che visitò il piccolo su richiesta della mamma: «Il bambino non mi seppe spiegare il perché di quella infiammazione», aveva riferito ai giudici. In quella occasione la donna gli aveva confessato di essere preoccupata per il figlio, «ma quando chiesi al bimbo come si era procurato quell’arrossamento, non mi disse nulla». Ma per i giudici evindentemente c’erano elementi sufficienti per emettere una sentenza di condanna.

Nadia Cossu
Fonte: La Nuova Sardegna