“Io, 22 giorni in cella da innocente” e i suoi accusatori se la caveranno

Lucia Fiumberti
Lucia Fiumberti

Lodi, 31 marzo 2014 – «Faccio fatica a farmene una ragione, ogni giorno il mio pensiero torna ai giorni del carcere che ho dovuto subire a causa di due dirigenti della provincia di Lodi. Con l’accusa di aver falsificato la firma su un’autorizzazione in cambio di soldi, sono stata prelevata da casa, senza prove, alle 4,30 di notte per essere rinchiusa a San Vittore e rimanervi 22 giorni. Spogliata, in una cella da dodici metri quadri con altre detenute, senza poter vedere i miei cari, ho festeggiato il mio 28° compleanno tra quelle mura, fra estranei. Ho cercato però di farmi forza e andare avanti, chiedendo di lavorare pur di non restare sempre in cella».

Lucia Fiumberti, ex dipendente della Provincia, affida a una lettera a Il Giorno tutta la sua amarezza. Perché il processo ai due dirigenti che l’avrebbero calunniata – come dimostrato da diverse perizie calligrafiche che hanno attestato l’originalità delle firme sull’atto contestato – procede a passo spedito verso la prescrizione. Comunque vada, visto che non è ancora arrivata la sentenza di primo grado. Anche la trasmissione televisiva Le Iene si è interessata al caso, facendo un blitz in provincia di Lodi (il servizio verrà probabilmente trasmesso domani, ndr).

«Adistanza di quasi sette anni e mezzo dall’accaduto — racconta Lucia —, i due vivono come se nulla fosse e il dirigente si dichiara sereno e sostiene che è dispiaciuto per quanto mi è successo, ma non credo sia così. Spiego perché. Ho lavorato in Provincia per 5 anni cercando di dare sempre il massimo. Quando lui (Claudio Samarati, ndr) ha deciso di andare in Procura per fare una denuncia di falso sull’autorizzazione da lui rilasciata, ha aspettato che io fossi trasferita in mobilità a ottobre: il giorno stesso, ha denunciato. Ha cercato di spostare l’attenzione dei magistrati su di me dicendo che già in passato avevo falsificato un atto, quando in realtà ho dimostrato che ero in ferie.

Ha sostenuto che avevo problemi economici e avevo chiesto il trasferimento per evitare di cadere in tentazione, qualora qualche ditta avesse voluto corrompermi. L’altra responsabile sostiene di non ricordare ciò che è successo, mi chiedo se basti commettere un reato e poi dire di non ricordare per avere scusanti». Sette anni e mezzo dopo, Lucia ammette di « non aver superato il trauma e avere tanta rabbia dentro». Ha chiamato anche le Iene televisive «perché voglio che gli italiani riflettano su quanto possa essere semplice cadere in un tranello tessuto da persone di cui ti sei fidata. Può succedere a tutti».

Ringrazia ancora l’avvocato Osvaldo Mossini, che l’ha fatta scarcerare e le ha consentito di ottenere un risarcimento (circa 60mila euro, ndr) per ingiusta detenzione. Ma le sue ferite non possono certo essere sanate con i soldi. «A causa del trauma ho dovuto ricominciare da zero, con problemi di salute per l’esperienza subita, mi sono licenziata dall’ente pubblico e ho dovuto reinventarmi. Ora, spero con tutto il cuore che il mio messaggio possa essere almeno un insegnamento per chi è abituato a fidarsi di tutti. Spero con tutto i cuore che almeno in questo modo giustizia sia fatta».

di Fabrizio Lucidi

Fonte Il Giorno