Una black list dei match a rischio nella Capitale. Si giocheranno soltanto di giorno

scontri romaLa Capitale scelta per fare da cavia nel tentativo di arginare la violenza legata alle partite di calcio. Sembra questa la strada che Viminale, Lega Calcio, Osservatorio Nazionale e Prefettura di Roma stiano decidendo di intraprendere per ostacolare i teppisti. Come se gli atti da «cronaca nera» riguardassero solo gli incontri che si disputano all’ombra del Colosseo. Ma si sa, l’Italia è il Paese dove si cercano sempre soluzioni-tampone, dove si va avanti per tentativi, con la speranza di riuscire a rimediare anche parzialmente ai guai senza calpestare i poteri forti e senza prendere posizioni trasversali dure e irremovibili. Dopo il daspo e la tessera del tifoso, eccoci quindi al terzo esperimento. La creazione di una Black List di match a rischio nella Capitale, da disputarsi solamente di giorno. L’elenco dovrebbe essere sfornato entro la fine di agosto, prima quindi dell’inizio del campionato. Una cortese attenzione nei riguardi dei tifosi che invece, fino ad ora, sono stati costretti a vivere con in una mano la lista degli impegni lavorativi e familiari, e nell’altra un tablet o un telefonino di ultima generazione per controllare in tempo reale spostamenti di date e di orari per salvaguardare i diritti televisivi. Fa riflettere come sia i vertici del Governo, sia quelli del Calcio, continuino a pensare che trovata una soluzione per Roma, i problemi siano finiti, o almeno in gran parte risolti. Solo alcuni giorni fa, infatti, il ministro della Difesa Angelino Alfano aveva presentato il piano Roma Sicura. Il resto della nazione può attendere. Nel piano al vaglio degli esperti, in occasione di partite considerate ad alto rischio, lo stadio Olimpico sarà una zona calda, caldissima, quasi un teatro di battaglia. Ci sarà un sistema coordinato di azioni e una segmentazione dei settori all’interno dello stadio per garantire una maggiore sicurezza, il potenziamento del servizio di videosorveglianza e delle vie d’afflusso e il rafforzamento dei controlli sulle attività commerciali nelle zone limitrofe all’impianto sportivo. «Amplieremo anche l’anello di sicurezza intorno all’Olimpico e potenzieremo i controlli in prossimità delle uscite autostradali e sulla tangenziale» – aveva dichiarato Alfano alla presentazione del piano Roma Sicura parlando del pacchetto di misure descritto minuziosamente nel capitolo riguardante gli ultrà. Così, mentre Roma si appresta a vivere scenari di guerra con cadenza almeno mensile, il resto delle città d’Italia potrà essere invaso, almeno finché non terminerà la sperimentazione sulla Capitale e non verrà deciso, se ritenuta valida, di utilizzare la soluzione Black-List su tutto il territorio nazionale, da violenti e facinorosi senza particolari e specifiche iniziative di prevenzione. Non appaiono necessari profondi ragionamenti e impegnative riflessioni per giungere alla conclusione che non è Roma il problema. Se la finale di Tim Cup fosse stata disputata altrove, probabilmente gli incidenti sarebbero accaduti lo stesso e «Gennaro la Carogna» avrebbe cavalcato le ringhiere di un altro stadio. Gabriele Sandri è stato ucciso da un colpo di pistola sparato da un poliziotto in un autogrill vicino ad Arezzo, a più di cento ottanta chilometri dalla Capitale, Antonio de Falchi è morto assassinato fuori dallo stadio Meazza di Milano. Il povero Filippo Raciti era in servizio all’Angelo Massimino di Catania, non all’Olimpico di Roma. Di esempi ce ne sono, purtroppo, molti altri. Roma è parte del problema, certo, ma non il problema in se. Sbatterla in prima pagina come il «mostro da combattere» rischia di generare solo altra violenza.
Massimiliano Vitelli

Fonte: IL TEMPO