L’editoriale | Il capo dei capi si è pentito: ma ci conviene?

Alessandro BarbanoNapoli, 1 giugno 2014 – Gomorra ci racconta il suo passato, e così azzera il debito che ha con la giustizia. Ma a noi conviene? Ci conviene dare la patente di pentito al capo dei capi e offrirgli un’altra identità e un’altra vita? Qual è il vantaggio di una rinuncia alla pretesa punitiva dello Stato, che è stata esercitata grazie all’impegno di tanti uomini delle forze dell’ordine e della magistratura, e che si collega non solo al risarcimento morale delle vittime, ma anche al senso di giustizia e di sicurezza dei cittadini?

Che cosa ci dà Iovine in cambio della libertà, del denaro, della protezione che noi offriremo a lui? Se lo strumento dei collaboratori di giustizia si giustifica con un principio di economia processuale, l’utilità della delazione deve portare alla luce fatti più gravi di quelli per i quali è avvenuta la condanna del pentito. Non possiamo certo sperare che i segreti di Gomorra riguardino complicità insospettabili negli apparati di sicurezza e tra le istituzioni, ma a questo punto, dopo aver concesso al boss di entrare nel programma di protezione, dobbiamo darlo per necessario. Dobbiamo cioè pretendere che Iovine alzi il velo su un quarto livello mafioso e sveli condotte criminali capaci di giustificare condanne più importanti di quelle conseguite finora. Se così non fosse, se il suo racconto non facesse che confermare quanto hanno già chiarito le indagini che in questi anni hanno disarticolato i Casalesi, se si limitasse a smascherare qualche segretario comunale colluso rimasto nell’ombra e a rimettere a fuoco un contesto ambientale ampiamente noto, allora dovremmo constatare con amarezza che il gioco non è valso la candela.

La riscrittura della storia non ripaga un colpo di cancellino sui debiti che la camorra ha con i cittadini. E qui è doveroso ricordare che il pentitismo è una malattia contagiosa. Perché, quando un boss parla, scopre il fianco a molti dei suoi compari. Cosicché la voglia di mettersi al riparo o, più semplicemente, di giocare un protagonismo o, ancora, di trarne un beneficio inserendosi con poche chiacchiere nella scia degli sconti di pena può scatenare una catena di delazioni a basso costo.

Ci sono troppi motivi per pensare che Gomorra non giustifichi questo rischio. Che tuttavia è implicito nella funzione dei pentiti. I quali sono concepiti dalla legge come l’arma investigativa per scardinare organizzazioni piramidali blindate dall’omertà, per risalire cioè la catena di responsabilità criminali, dai killer ai gregari e dai gregari ai capi, attraverso un meccanismo indotto di confessioni a catena.

Il pentitismo funziona in quanto elemento di rottura in un sistema chiuso, ma pienamente attivo. Qui lo si adopera contro un’organizzazione che, a detta dello stesso procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, non esiste più nella sua configurazione gerarchica, e che ha, invece, focolai di attività non più interconnessi. Nei confronti dei quali il racconto storico delle antiche responsabilità non ha alcun beneficio investigativo.

La camorra si è trasformata nella sua struttura sociale. Oggi opera come una delle tante bande armate metropolitane che controllano piccoli pezzi di territorio in molte grandi città. È cioè orizzontale, parcellizzata, in qualche modo liquida, anche se non meno aggressiva, come dimostrano le ultime violenze a Napoli e in provincia. Ma certamente non è ancorata a gerarchie, rituali e codici che possano essere smascherati dai collaboratori di giustizia.

Usare i pentiti contro Gomorra significa rischiare di sparare contro un fantasma, sprecando troppe cartucce. Perché il prezzo del pentitismo è alto: si paga con scarcerazioni anticipate, nuove identità, protezioni e coperture, reinserimenti sociali, e talvolta perdita di controllo su criminali per i quali una saggia magistratura ha pronunciato ergastoli. Allora non è pretestuoso chiedersi che senso abbia aprire una trattativa con un killer sanguinario come Setola, assassino di sette poveri immigrati a Castel Volturno. In nome di quale vantaggio un Paese civile può rinunciare all’espiazione della sua pena?

C’è un filtro di responsabilità a cui lo Stato non può abdicare nel valutare quanto costa e quanto vale un pentito. Il fatto che, nel caso del boss Iovine, sia esercitato da due magistrati esperti come Antonello Ardituro e Cesare Sirignano non può che confortare. Ma il timore che questa spirale sfugga di mano a chi l’ha attivata c’è ed è legittimo. Soprattutto di fronte a un mirino investigativo che pare troppo puntato sul passato. E che rischia di smarrirsi nella mitologia narrativa di Gomorra, rinunciando a capire che un’altra camorra, diversa e sconosciuta, sta nascendo sotto i suoi occhi.
di Alessandro Barbano
Fonte Il Mattino